UYÁNDINA — I dimostrativi tirsenici alla luce del burushaski

L’etnonimo interno dei Conoscitori come chiave per la deittica etrusca: ripensare ita e ica attraverso la comparazione tipologica pre-indoeuropea


I. Il problema: l’occidentalismo deittico

Chiunque abbia sfogliato una grammatica etrusca conosce la coppia ita / ica. La vulgata la traduce come una semplice opposizione binaria: ita = “questo”, ica = “quello”. Oppure, con qualche esitazione, il contrario. I manuali di Bonfante, di Wallace, di Rix trattano i due dimostrativi come varianti di un sistema hic / ille, latino nella forma e nella sostanza — un sistema in cui la lingua deve solo distinguere il vicino dal lontano, il presente dall’assente, senza ulteriori gradazioni.

Il paradigma flessionale ricostruito è ricco: ita al caso zero, itan e itun all’accusativo, etula al genitivo, etule al locativo, e una serie di forme enclitiche ridotte (-ta, -tn, -tei) che si attaccano ai nomi. Per ica abbiamo cn, cla, cle, clth, con lo stesso apparato di suffissi. Le attestazioni principali sono note: le Lamine di Pyrgi con la formula ita tmia icac heramaśva, tradotta abitualmente “questo santuario e queste statuette”; il cippo di Todi con ita tular, “questo confine”; le formule funerarie con eca suthi, “questa tomba”.

Tutto sembra chiaro. Eppure tre cose non tornano.

Primo: il sistema binario è troppo povero. Le lingue del mondo mostrano che i sistemi deittici ternari — prossimale, mediale, distale — sono più diffusi di quanto la tradizione grammaticale occidentale suggerisca. Il basco distingue hau / hori / hura. Il georgiano distingue es / eg / is. Lo spagnolo distingue este / ese / aquel. Il giapponese distingue kono / sono / ano. Il turco distingue bu / şu / o. E il latino stesso, prima della semplificazione classica, aveva un sistema a quattro termini con hic / iste / ille / is, di cui iste era il mediale (“codesto”, “quello vicino a te”). Se l’etrusco appartiene al continuum pre-indoeuropeo mediterraneo, un sistema binario è tipologicamente anomalo.

Secondo: la distribuzione geografica non torna. Gli etruscologi hanno notato da tempo che ita / ta predomina nelle iscrizioni dell’Etruria settentrionale (Chiusi, Cortona, Perugia), mentre ica / ca predomina in quella meridionale (Cerveteri, Tarquinia, Vulci) e nelle colonie campane. Se fosse una semplice opposizione prossimo/lontano, la distribuzione dovrebbe essere uniforme: entrambi i termini dovrebbero apparire ovunque, perché ogni parlante ha bisogno di dire sia “questo” che “quello”. La distribuzione areale suggerisce invece che le due forme non erano equivalenti né intercambiabili, ma che rispondevano a scelte pragmatiche diverse — o, più probabilmente, che erano i relitti di un sistema più ampio che si era semplificato in modo diverso nelle diverse aree.

Terzo: i contesti pragmatici non si riducono all’opposizione binaria. In alcune iscrizioni ita ed ica compaiono nella stessa frase, apparentemente riferendosi a oggetti dello stesso ordine di distanza. In altre, uno dei due manca del tutto anche dove ce lo aspetteremmo. La lettura “questo/quello” non spiega perché.


II. Il burushaski come telescopio

Per capire cosa potrebbe essere andato perduto, ci serve una lingua di controllo — una lingua che abbia conservato un sistema deittico ricco e trasparente, e che appartenga a quel continuum pre-indoeuropeo che l’etrusco sembra evocare. Il burushaski, parlato nelle valli isolate dell’Hunza, del Nagar, dello Yasin e dell’Ishkoman nel Karakorum pakistano, è il candidato ideale. Lingua isolata, senza parentele accertate, conservativa per ragioni geografiche (le montagne come frigorifero linguistico), il burushaski conserva un sistema deittico a tre gradi di distanza, ciascuno declinabile per moto a luogo e moto da luogo:

GradoStatoMoto a luogo (verso)Moto da luogo (da)
Prossimaleakhó = quiakhóla = verso quiakhólum = da qui
Medialetó = làtóla = verso làtólum = da là
Distaleit = laggiù, oltreíta = verso laggiùítum = da laggiù

Nove forme in totale, con una simmetria perfetta: tre gradi di distanza incrociati con tre funzioni locative. Il sistema è pienamente operativo nel burushaski parlato, e non mostra segni di erosione anche nelle generazioni più giovani.

Ora, se applichiamo questa griglia all’etrusco, qualcosa comincia a muoversi. La coppia ita / ica, che nella lettura tradizionale è un’opposizione binaria appiattita, potrebbe essere il residuo di un sistema ternario in cui:

  • ica (arcaico ika) = deittico prossimale, “qui, vicino a me”
  • [forma mediale perduta] = “là, a distanza media”
  • ita = deittico distale, “laggiù, oltre là”

Questa è l’ipotesi. Vediamo se regge.


III. La rilettura di ita e ica

Se ica era il prossimale e ita il distale, allora la formula di Pyrgi ita tmia icac heramaśva non significa “questo santuario e queste statuette”, ma qualcosa come “quel santuario laggiù, e queste statuette qui”. La distinzione avrebbe senso rituale e pragmatico immediato: il santuario è lo spazio sacro trascendente, distante dalla prospettiva del dedicante, oggetto di consacrazione; le statuette sono gli oggetti concreti della dedica, presenti, vicini alle mani di chi compie il rito. Il testo separa lo spazio sacro dallo spazio dell’atto.

Allo stesso modo, ita tular al cippo di Todi non sarebbe “questo confine” (dove il parlante è, apparentemente, sopra il confine stesso — cosa che non ha molto senso in un cippo di delimitazione), ma “quel confine laggiù”, indicato dal cippo come punto di riferimento distante, secondo la logica di chi legge stando dentro il territorio: il confine è ciò che sta al margine, oltre.

Le formule funerarie con eca suthi “questa tomba” mantengono invece il prossimale, coerentemente: la tomba è il luogo presente, quello davanti al quale si trova chi legge l’iscrizione, quello che contiene i resti del defunto e viene indicato con il gesto della mano.

Questa rilettura ha tre vantaggi:

(a) Spiega la distribuzione geografica. In Etruria meridionale, più aperta ai contatti con il mondo mediterraneo e più esposta alla pressione delle lingue italiche a sistema binario, il sistema ternario si sarebbe semplificato conservando ica nel valore prossimale originario, mentre ita si sarebbe ritirato o generalizzato. In Etruria settentrionale, più conservativa e isolata, ita avrebbe mantenuto meglio il valore distale, e la distribuzione lo mostrerebbe.

(b) Spiega i contesti in cui i due termini compaiono insieme: sono i contesti in cui il parlante deve effettivamente distinguere due gradi di distanza, come nelle dediche di Pyrgi.

(c) Rende conto delle forme locative etula “di questo” ed etule “in questo”, che potrebbero essere frammenti del paradigma flessionale ternario originario — non del tutto omologhi alle forme burushaski in -la / -lum, ma tipologicamente affini.


IV. Le prove contro, e la loro risoluzione

Bisogna essere onesti: ci sono prove che sembrano andare contro questa ricostruzione.

Prima: il suffisso -ta in molte lingue pre-indoeuropee marca il prossimale o il definito, non il distale. Il basco usa -ta come articolo determinato. Il finlandese ha -ta come marca di participio. Se ita condivide questo suffisso, potrebbe essere anch’esso prossimale.

Seconda: il latino ita significa “così, in tal modo” — un valore modale che sembra derivare da una radice deittica prossimale (“in questo modo, come vedi”) più che distale. Se etrusco e latino condividono la radice, ita dovrebbe essere prossimale in entrambi.

Terza: nelle iscrizioni tarde, ita e ica sembrano davvero intercambiabili. Se lo sono, il sistema binario tardo potrebbe non essere il residuo di un ternario più antico, ma semplicemente il sistema originario che non ha mai avuto una distinzione netta.

Queste obiezioni sono serie, ma non decisive, e si risolvono se accettiamo che la storia della deittica etrusca abbia attraversato più fasi:

Fase arcaica (Bronzo Finale – VIII secolo a.C.): sistema ternario pieno, con ika prossimale, forma mediale perduta (forse *ipa, forse un pronome oggi non ricostruibile), ita distale. Il suffisso -ta qui non ha valore prossimale: è il suffisso di distanza, quello che marca “là” e “laggiù”, forse imparentato con il tó burushaski.

Fase di transizione (VII–VI secolo a.C.): il sistema ternario comincia a erodersi. La forma mediale scompare per prima, come accade in molte lingue quando il sistema si semplifica (il francese ha perso l’iste latino, il tedesco ha ridotto il sistema medio-alto tedesco). Ita e ica si trovano a coprire uno spazio più ampio ciascuno, con residui di distinzione contestuale.

Fase tarda (V–III secolo a.C.): il sistema è ormai binario o post-binario, con ica e ita che si generalizzano come “questo” indistinto, mentre le forme enclitiche (-ta, -tn) svolgono la funzione anaforica. È in questa fase che le iscrizioni tarde ci arrivano — ed è questa fase che i grammatici moderni hanno preso per l’intero etrusco.

Il latino ita “così”, allora, non è una prova contro la ricostruzione: è una traccia del percorso semantico tipico del distale, che in molte lingue passa da “là” a “in quel modo” (cfr. inglese thus da that, greco houtōs da houtos “questo”). Il fatto che il latino conservi il valore modale suggerisce anzi che la radice fosse originariamente distale e che si sia grammaticalizzata per estensione metaforica.


V. La deittica come marcatore identitario

C’è però una dimensione ulteriore, e forse la più profonda. In molte culture pre-indoeuropee, il sistema deittico non è solo uno strumento spaziale: è un marcatore di identità. Chi conosce le sfumature del sistema è dentro il gruppo; chi non le conosce è fuori. Le lingue caucasiche, con i loro sistemi di classe nominale a tre o quattro termini, funzionano così. Le lingue australiane con le loro deittiche complesse funzionano così. Le lingue algonchine con le loro distinzioni obviative funzionano così.

L’etnonimo interno delle comunità peripatetiche europee — Kochemer nel Rotwelsch, uyásho nel burushaski (dove significa “coloro che sanno”), Jenisch nei gerghi germanofoni, forse rasenna nell’autodesignazione etrusca — condivide un tratto: definisce il gruppo per la conoscenza dei codici interni. Non per la nascita, non per il sangue, non per il territorio: per il sapere. Chi conosce il codice è dentro. E il codice deittico — sapere quando dire ita e quando dire ica, sapere quando un oggetto è “qui” e quando è “laggiù”, sapere modulare la distanza pragmatica — è parte del codice più ampio che definisce l’appartenenza.

Quando una comunità perde la conoscenza deittica, perde parte della propria identità. L’etrusco, sotto pressione del latino, ha semplificato il proprio sistema ternario in binario, e infine lo ha perso del tutto insieme alla lingua. Ma i frammenti sono rimasti in tre luoghi:

  • nelle iscrizioni, dove ita e ica sopravvivono come forme fossili;
  • nei gerghi europei (Yenish, Rotwelsch, Sinti), dove particelle come aueleno, auja, e forme in it- / ith- potrebbero essere residui del sistema deittico originario;
  • nel burushaski, dove il sistema ternario è ancora vivo e operativo, e ci permette di ricostruire per analogia ciò che l’etrusco ha perduto.

VI. Tabella comparativa

LinguaProssimaleMedialeDistaleContinuum
Burushaskiakhótóitpre-indoeuropeo del Karakorum
Bascohauhorihurapre-indoeuropeo occidentale
Georgianoesegiskartvelico
Sumericoneše-biagglutinante mesopotamico
Etrusco (arcaico)ika / ica[forse perduto]itatirsenico
Latino (arcaico)hicisteilleindoeuropeo italico
Spagnoloesteeseaquelconservazione romanza del ternario
Giapponesekonosonoanoternario asiatico orientale

L’etrusco arcaico, in questa ricostruzione, si inserisce nel continuum pre-indoeuropeo eurasiatico occidentale, accanto al basco e al burushaski, come lingua che aveva un sistema deittico ternario e che lo ha perduto per pressione areale con le lingue italiche.


VII. Il Burushaski come telescopio, e l’ipotesi come metodo

Il burushaski è un telescopio. Non ci dice cosa era esattamente l’etrusco arcaico — non abbiamo modo di saperlo con certezza. Ma ci mostra cosa poteva essere, cosa è tipologicamente plausibile che fosse, e ci offre una griglia con cui rileggere i frammenti che ci sono arrivati.

Quando puntiamo questo telescopio sulle Lamine di Pyrgi, vediamo un possibile sistema ternario dietro l’apparente binario. Quando lo puntiamo sui cippi di confine, vediamo un possibile deittico distale dove la tradizione grammaticale vede un prossimale generico. Quando lo puntiamo sui gerghi europei, vediamo frammenti coperti ma persistenti di una deittica antica che si è mescolata al lessico peripatetico.

La rilettura non è dimostrata. È proposta. Va testata sistematicamente su tutte le attestazioni etrusche, contesto per contesto, formula per formula. Ma è una proposta che apre uno spazio dove la lettura tradizionale ne chiudeva uno: lo spazio di un’etrusco che appartiene al continuum pre-indoeuropeo eurasiatico, che condivide con il burushaski e con il basco non solo qualche parola isolata ma una grammatica del guardare — un modo di modulare le distanze, di articolare lo spazio, di codificare l’appartenenza attraverso il gesto vocale che accompagna il gesto della mano.

Quando un parlante etrusco diceva ita, forse indicava con la mano non ciò che aveva davanti, ma ciò che stava oltre — la montagna all’orizzonte, il santuario in cima al colle, il confine che chiude il territorio. E quando diceva ica, indicava ciò che aveva tra le mani — la statuetta votiva, la tomba, la coppa da offerta.

Quando un parlante burushaski oggi, in una valle dell’Hunza, dice it, indica la vetta più lontana. Quando dice akhó, indica la propria porta di casa.

E i due gesti, attraverso i millenni e le montagne, sono lo stesso gesto.

Eco del cantiere, di luce in luce.

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