Vatiexe Manal: Commentariolum Acheruntiae

Vatiexe Manium è un libretto rituale privato dedicato ai Mani: una raccolta di formule, invocazioni e annotazioni funerarie ispirate alla tradizione etrusca. Il titolo richiama le vatiexe delle tavolette di Pyrgi, presentandole come “parole rivolte ai Mani”.

Scaletta completa dei dieci capitoli

LIBRO PRIMO — Dell’arte della legatura

  • Cap. I. Della lamina scritta e del piombo (esempio sopra)
  • Cap. II. Della legatura per osso (esempio sopra: “Costa bruciata”)
  • Cap. III. Della legatura per immagine
    • Materiali: cera, creta, farro, sangue mestruale, filo di lana.
    • Funzione: legare assente, sospendere atti, interrompere processi.
    • Deposizione: cimitero, fiume, mare.
  • Cap. IV. Della legatura per parola detta
    • Circostanze: soglia, crocicchio, mercato, tribunale.
    • Formula: parola singola, ripetuta tre o sette volte, senza risposta.
    • Limite: non si lega con la voce chi è già morto; non si lega con la voce chi non ti ode.
  • Cap. V. Dello scioglimento della legatura
    • Quando si scioglie: spontaneamente, per contro-formula, per fuoco, per acqua corrente.
    • Chi può sciogliere: solo chi ha deposto, o chi lo eredita per linea di sangue.
    • Formula dello scioglimento: “Ciò che fu chiuso, sia aperto. Ciò che fu teso, sia lento. Non per merito, ma perché il tempo è compiuto.”

LIBRO SECONDO — Dell’arte dell’amore e del suo contrario

  • Cap. I. Del filtro
    • Basi: vino non mescolato, latte di capra nera, ruta, assenzio, miele, cenere di focolare spento.
    • Somministrazione: non si dà direttamente; si versa dove l’altro beve, o si unge la soglia della sua casa.
  • Cap. II. Della distrazione d’amore
    • Per allontanare chi non vuoi: specchio d’acqua ferma, immagine di cera specchiata, capelli del bersaglio tagliati di notte.
  • Cap. III. Della legatura per amore (esempio sopra)
  • Cap. IV. Del lasciare andare
    • Quando operare: quando la legatura tiene ma tu non vuoi più.
    • Formula: “Ciò che fu, sia disfatto. Il filo si taglia. La parola si richiama. N. torni a sé, e io a me.”

LIBRO TERZO — Dell’arte della salute

  • Cap. I. Del male del bambino
    • Basi: bullae di bronzo, filli di lana rossa, crocetta d’osso, aglio appeso alla culla.
  • Cap. II. Del male della donna
    • Mestruo, gravidanza, parto. Tavola di giorni fasti e nefasti per il parto (cfr. Iudicium babilonese, ma qui riformulato su base italica).
  • Cap. III. Del male dell’uomo
    • Ferite, febbri, mal d’amore.
  • Cap. IV. Del male della bestia
    • Veterinaria magica: il foro per le malattie del bestiame, l’aratura rituale del campo sterile.
  • Cap. V. Del male della casa
    • Fundus infestato, pozzo inquinato, focolare che fuma storto, porta che cigola di notte.

LIBRO QUARTO — Dell’arte dei sogni

  • Cap. I. Dove si dorme
    • Sul sepolcro: a chi vuole messaggio dai morti di sangue. Sul pavimento della sala: a chi vuole messaggio dai Lari. Sul letto coniugale: a chi vuole messaggio dalla sposa o dallo sposo assente.
  • Cap. II. Cibi del sogno
    • Cibi che aprono: aglio, cipolla, fava lessata, acqua di fonte.
    • Cibi che chiudono: latte cagliato, miele, pane di farro senza sale.
  • Cap. III. Interpretazione
    • Segni di verità: il morto ti guarda in faccia; il morto ti tende la mano; il morto ti dà un oggetto.
    • Segni di falso: il morto ti volge le spalle; il morto ha un solo occhio; il morto ti chiama per nome al contrario.
  • Cap. IV. Sogni che obbligano
    • Se il morto chiede: gli si risponde con offerta alla tomba entro tre giorni.

LIBRO QUINTO — Dell’arte del focolare

  • Cap. I. Del Lar
    • Statuetta, maschera, erma. Come si fabbrica, come si pone, come si onora ogni nono giorno.
  • Cap. II. Dei Penati
    • Cista di bronzo, vaso di terracotta, borsa di pelle. Cosa vi si ripone: chicchi di farro, cenere fredda, capelli del padre morto.
  • Cap. III. Degli antenati
    • Calendario familiare dei morti: nono, trigesimo, anniversario. Offerte: acqua, vino, fave, latte.
  • Cap. IV. Della purificazione della casa
    • Quando: dopo un parto, dopo un lutto, dopo un litigio con spargimento di sangue, dopo l’arrivo di un ospite forestiero.
    • Con che cosa: acqua di sorgente, alloro, asfodelo, fumo di ginepro.

LIBRO SESTO — Dell’arte della soglia

  • Cap. I. Della porta di casa
    • Soffitto, stipite, architrave. Iscrizioni apotropaiche (cfr. piombi di porta, attestati a Pompei e a Cerveteri).
  • Cap. II. Del crocicchio
    • Tre vie, quattro vie. Pietra centrale. Offerte di capelli, di monete, di olio.
  • Cap. III. Del confine di campo
    • Il cippo terminale. Vegoia, Arruns Veltumnus, la rivelazione sui confini (Laudatio di Vegoia in Frontin., De limitibus, con apparato di ricostruzione).
  • Cap. IV. Del mundus
    • Apertura tre volte l’anno. Cosa si butta, cosa si lascia.
  • Cap. V. Delle acque
    • Fiume, sorgente, pozzo. Ciascuno ha un dio diverso; ciascuno ha un giorno diverso; ciascuno ha un’offerta diversa.

LIBRO SETTIMO — Dell’arte della protezione

  • Cap. I. Del malocchio
    • Come si vede: il neonato che smette di poppare, l’ospite che non finisce il piatto, l’animale che attraversa la soglia portando un serpente in bocca.
    • Come si cura: nodo rosso al collo, ferro a cavallo della porta, specchio dietro la culla.
  • Cap. II. Della Mania
    • Madre dei morti, madre che impazza. Come si tiene lontana dai bambini: con la maschera di Gorgo appesa, con la manìa di lana nera, con il sale nel letto.
  • Cap. III. Delle larvae
    • Spiritelli erranti. Differenza tra larvae e lares. Le larvae sono pericolose di notte; i lares sono protettivi di giorno. Non si confondono.
  • Cap. IV. Dei nodi
    • Il nodo che lega, il nodo che scioglie, il nodo che ferma. Tecniche di annodatura su filo di lana, giunco, crine.

LIBRO OTTAVO — Dell’arte del morire

  • Cap. I. Del morente
    • L’ultimo respiro, l’ultimo nome. Chi è presente, chi è escluso, cosa si dice.
  • Cap. II. Della veglia
    • Lamenti, silenzi, gesti. Il numero dei lamentatori; il canto dei nénie.
  • Cap. III. Della sepoltura
    • Il corpo, la moneta, il cibo. La conchiglia o la moneta per il traghettatore. Il vaso con acqua e fave per il viaggio.
  • Cap. IV. Di cosa non si dice
    • Non lodare il morto al di là del dovuto, perché l’invidia degli dèi lo raggiungerebbe.
  • Cap. V. Del morire in casa
    • Differenza tra morte in casa e morte fuori casa. Chi muore fuori deve essere richiamato per nome prima dell’alba.

LIBRO NONO — Dell’arte dei ritorni

  • Cap. I. Quando il morto torna nel sogno
    • Interpretazione del ritorno. Messaggio, richiesta, monito.
  • Cap. II. Quando il morto non torna più
    • Obblio, distacco, collera. Cosa si fa per saperlo: offerta silenziosa alla tomba; attesa di tre giorni; sogno d’inferno.
  • Cap. III. Quando il morto torna male
    • Possessione, malattia, rovina della casa. Diagnosi e cura.
  • Cap. IV. Dei ritorni non di sangue
    • Lo sconosciuto che appare in sogno. L’antenato lontano. Il defunto di altra famiglia che chiede attraverso te.

LIBRO DECIMO — Tavole

  • Tav. I. Giorni fausti e infausti per le operazioni
  • Tav. II. Ore della notte e loro signore
  • Tav. III. Materiali: cosa serve per cosa
  • Tav. IV. Nomi degli dèi inferi e loro funzioni (Aita, Phersipnai, Mania, Culsu, Vanth, Charun, Tuchulcha, Śuri, Vei, Lasa)
  • Tav. V. Formule brevi (cinque per ogni occasione)
  • Tav. VI. Divieti
  • Tav. VII. Gesti del corpo (in piedi, seduto, ginocchioni, disteso, a testa coperta, a capo scoperto)

Prologo + Capitolo I (versione libro ricostruito)

PROLOGO

Questo libro non fu scritto per essere letto.

Fu tramandato di mano in mano, di padre in figlio che operava, nella casa dove il fuoco non si spegne. Coloro che lo custodirono non vollero che altri lo vedessero, perché ciò che è scritto qui è pericoloso non per gli dèi ma per gli uomini: un uomo che legge senza essere stato iniziato opera come chi taglia senza sapere dove passa la vena.

Chi prende questo libro in mano, anche solo per copiarlo, deve avere:

  • osservato un lutto in casa propria;
  • fatto tre offerte alla soglia della propria porta;
  • accompagnato un morente senza chiamare il suo nome.

Chi non ha fatto queste tre cose legga pure: non capirà, e il libro non gli nuocerà. Ma chi ha fatto queste tre cose e non è stato ammesso, ne risponde.

Giuro, o Aita che tieni, o Vanth che pesi, o Charun che marchi:

  • di non leggere questo libro al fuoco dopo il tramonto;
  • di non mostrarlo a donne in tempo di parto;
  • di non usarlo per nuocere a chi mi ha nutrito;
  • di non copiare la formula che lega il sangue di due fratelli, perché quella è sigillata e non si trasmette.

Chiudo qui. Chi ha orecchie, pesi.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il prologo che precede non è attestato in alcuna fonte antica superstite. È una ricostruzione condotta per analogia con i prologhi delle tradizioni tecniche italiche e con la struttura iniziatico-apotropaica comune ai testi magico-rituali del Mediterraneo antico. Non si pretende che questo prologo specifico sia esistito: si propone come forma plausibile entro cui un nucleo di istruzioni tecniche poteva essere tramandato. La lingua è mantenuta in italiano arcaizzante perché non disponiamo di un etrusco magico-letterario documentato in misura sufficiente a tentare la ricostruzione lessicale.

LIBRO PRIMO — DELL’ARTE DELLA LEGATURA

Capitolo I — Della lamina scritta e del piombo

§ 1. Materiali

La lamina sia di piombo. Non stagno, non rame. Il piombo è il metallo dei morti: è freddo, è pesante, non suona. I Romani, che molto presero da noi e poco capirono, lo chiamano plumbum, che è parola di miniera.

Lo spessore sia tale che si pieghi tre volte senza spezzarsi. La larghezza non superi la mano aperta di chi scrive. La lunghezza sia quella che basta al nome del bersaglio e alla formula. Se la lamina è più lunga del necessario, taglia, non lasciare margine bianco: il vuoto è spazio per altri nomi.

Per scrivere usa uno stilo di bronzo. Non di ferro. Il ferro è metallo di Marte e brucia ciò che tocca; il bronzo è metallo della soglia, perché fuso e poi raffreddato, e per questo ha memoria del mutamento. Se non hai bronzo, usa osso appuntito, ma non osso di volatile, perché il volatile vola via.

§ 2. Tempo

Scrivi di notte, dopo la prima veglia, prima della seconda. Non scrivere nei giorni in cui la luna è piena, perché la luna piena apre e non chiude. Scrivi quando la luna è calante, o nuova. Scrivi quando il cielo è coperto, perché il cielo chiaro è lo sguardo dei Celesti e tu non vuoi essere visto.

§ 3. Formula del “come”

La legatura ha un solo scheletro, e tutte le legature lo ripetono:

Come X è Y, così il/la N. sia Y verso altri e Z verso di me.

Dove X è una cosa che muta o che non muta, Y è la sua qualità, N è il nome del bersaglio, Z è la qualità opposta.

Esempi:

  • Come questo piombo è freddo, così N. sia fredda verso altri e calda verso di me.
  • Come questa acqua non torna alla sorgente, così il pensiero di N. non torni a sé ma a me.
  • Come questo filo si torce e non si scioglie, così le membra di N. siano legate al ricordo di me.

Non accumulare. Una similitudine sola è più forte di dieci. Chi scrive dieci similitudini non sa cosa vuole, e gli dèi non rispondono a chi non sa.

§ 4. Piegatura

Piegala in tre, nel senso della lunghezza. Ogni piegatura sia premuta col pollice, non col ferro. Non premere col pollice che hai usato per scrivere; usa l’altro, perché il pollice che scrive è carico del nome e contaminerebbe il gesto.

Dopo la terza piegatura, la lamina è chiusa. Non riaprirla. Se sbagli, getta la lamina nel fuoco e ricominci.

§ 5. Dove si depone

Cinque luoghi sono adatti alla deposizione, secondo la natura del bersaglio:

  1. Tomba di morto giovane, dal lato da cui il morto esce, non da cui entra, perché il morto esce solo e deve portare fuori la tua volontà. Scava con le mani, non con ferro.
  2. Pozzo di casa, sul fondo, sotto la prima acqua. Legala a un sasso con filo di lino non candeggiato.
  3. Crocicchio, sotto la pietra centrale. La pietra centrale è axis, il perno del mondo, e da lì partono tutte le strade.
  4. Soglia di tempio, sotto l’architrave. Solo per legature pubbliche: processi, confini, eredità. Per queste chiedi l’aiuto di un nethśr; non si fa da soli.
  5. Focolare spento, sotto la cenere, tre giorni dopo che il fuoco è morto. Solo per legature domestiche: mariti che tornano, figli che fuggono, servi che rubano.

Non deporre in luogo sacro se la legatura è per ingiuria. Gli dèi dei luoghi sacri non distinguono, ma il sangue della vittima li appesantisce, e chi ha operato sarà ricordato.

§ 6. Cosa non si fa

Non tornare al luogo della deposizione per vedere se la lamina è ancora lì. Se è ancora lì, la legatura non ha operato. Se non è più lì, è stata presa.

Non nominare il bersaglio a terzi durante l’operazione. Non parlare dell’operazione al fuoco, perché il fuoco è testimone. Non mangiare fave il giorno dell’operazione. Non indossare anelli di ferro.

Non chiedere conto all’operato. Se entro il tempo stabilito il sogno non è venuto, hai sbagliato qualcosa: il nome, il tempo, il luogo, o te stesso. Non riprovare subito. Aspetta una luna intera.

CAPITOLO II — Della legatura per immagine

§ 1. Quando si usa l’immagine

Usa l’immagine quando il bersaglio è lontano e non puoi toccarlo, o quando non ne hai nome né capelli né vesti; oppure quando vuoi che l’azione si compia non sulla persona ma sui suoi atti: un processo che si chiude, una causa che si arena, un’attesa che non si compie. L’immagine lavora sul fare, non sull’essere.

Non usare l’immagine per legare al tuo letto chi è di altra gente: per quello vale l’osso, che è cosa di stirpe. L’immagine è cosa di città, di foro, di soglia pubblica.

§ 2. Materie

Quattro materie servono, e ciascuna lega in modo diverso.

Cera d’api, non di favo selvatico. La cera d’api è materia che fu già fiori e fu già miele: ha memoria del mutamento. Lega ciò che si vuole trasformare: un amore freddo che divenga caldo, un rancore che divenga oblio, un rifiuto che divenga consenso. La cera si piega, si scioglie, riprende forma. Per questo è buona per chi vuole una metamorfosi.

Creta di fiume, non di campo. La creta di campo ha mescolanze di radici, lische, sabbia: è impura. La creta di fiume è uniforme, liscia, fredda al tatto. Lega ciò che si vuole fissare: una lite che non si componga, un debito che non si paghi, una lite giudiziaria che si areni. La creta indurisce e non ritorna molle. Per questo è buona per chi vuole uno stato fermo.

Farro impastato col sangue. Farro macinato a pietra, non a mano; impastato con sangue di gallo nero, preso vivo, tenuto per le zampe mentre si taglia. Non con sangue mestruale — di quello si parla altrove, e in altro modo. Lega ciò che si vuole radicare: un’attesa che non si sciolga, una presenza che resti in un luogo, un’anima che non se ne vada. Il farro è cibo dei morti; il sangue è loro bevanda. Insieme sono la loro cena. Per questo si lega con questo ciò che non deve partire.

Pasta di farina e acqua di pozzo, senza sale, senza lievito. Materia che marcisce, non che dura. Lega ciò che si vuole corrodere: una forza, una salute, una possibilità. È materia che si usa di rado, perché ciò che si corrompe non si ricompone. Chi la usa sappia che la corruzione torna, talvolta, a chi l’ha mossa.

§ 3. Forma

L’immagine sia piccola quanto il pugno, non più grande. Non sia somigliante in tutto, ma nei tratti necessari: sesso, età, segno. Se il bersaglio è uomo, fallo uomo; se donna, falla donna; se vecchio, segna le ginocchia piegate; se giovane, le ginocchia diritte; se ha un segno — un neo, una cicatrice, un dito mancante — incidilo. Non fare il viso: il viso è ciò che il morto cerca per primo, e se lo riconosce come finto rifiuta. Meglio un’immagine senza volto che un volto sbagliato.

Non vestire l’immagine. Lasciala nuda. Vestire è atto di rispetto, e tu non vuoi rispettare: vuoi obbligare.

Non darle armi. L’immagine armata è immagine di combattimento, e ciò che combatti ti combatte. Per eccezione: se vuoi che il bersaglio sia reso inabile all’azione, dagli in mano lo strumento della sua azione — la penna dello scrivano, il martello del fabbro, l’ago della cucitrice — e legalo.

§ 4. Ciò che si incide

Inscrivi il nome del bersaglio sul petto, o sulla schiena, se vuoi che agisca a sua insaputa. Sul petto se deve sapere e cedere. Sulla schiena se deve operare senza riconoscere.

Non iscrivere il tuo nome. L’immagine non sa chi l’ha fatta. Se glielo scrivi, la leghi a te, e talvolta la legata sei tu.

Inscrivi una sola parola, se vuoi che l’immagine compia una sola azione: tace, resta, cade, dorme, obbedisce. Più parole la confondono.

§ 5. Tempo e luogo della fabbricazione

Fabbricala di notte, sotto la prima veglia. Lavati prima le mani con acqua di sorgente, e non asciugarle: falle asciugare all’aria.

Lavora su una pietra piatta, non su legno, non su terra. La pietra non assorbe. Il legno beve. La terra beve e non rende.

Quando l’immagine è compiuta, non mostrarla a nessuno. Non dirne a nessuno. Se qualcuno la vede per caso, non negare, ma non spiegare.

§ 6. Dove si depone

L’immagine si depone in tre modi, secondo la materia.

Cera: si depone nel fiume, di notte, sotto un ponte. Va legata a un sasso con filo di lino crudo. Il filo si spezzerà in nove giorni. Se non si spezza, l’immagine non ha operato.

Creta: si depone nella tomba, sotto il piede destro di una statua maschile. Le statue maschili dei sepolcri sono le più adatte, perché hanno memoria di custodia.

Farro e sangue: si seppellisce sotto la soglia della casa del bersaglio, dal lato interno, non esterno. Chiudi con malta, non con terra cruda. La malta tiene. La terra cruda si scava.

Pasta di farina: si getta in un corso d’acqua corrente, sotto un ponte dove passano animali. Bestie da soma, non cavalli. Il cavallo è animale di Marte.

§ 7. Cosa non si fa

Non cuocere l’immagine di cera nel fuoco: si scioglie e ricade su di te. Se devi disfarla, falla sciogliere a bagnomaria, e getta l’acqua in un campo che non sia tuo.

Non seppellire l’immagine di creta sotto una pianta che dà frutto: la pianta assorbe e l’immagine marcisce diversamente.

Non mangiare il farro impastato col sangue, neppure dopo l’operazione. È cibo dei morti. Chi lo mangia è morto a sua volta.

Non recuperare mai l’immagine dopo la deposizione. Se la ritrovi per caso, non toccarla: è diventata altro.

§ 8. Quando si ripete

L’immagine si ripete tre volte, non di più. Tre immagini, in tre notti consecutive, in tre luoghi diversi, su tre materie diverse, se l’azione è forte: cera, creta, farro. Se l’azione è debole, basta una.

Dopo la terza, non insistere. Se l’azione non è avvenuta, il bersaglio è protetto da qualcuno più forte di te, o tu hai sbagliato il nome, o la materia, o te stesso.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il capitolo che precede ricostruisce una pratica documentata per via indiretta: le figurine fittili deposte in contesti funerari e in pozzi sono attestate nell’Etruria meridionale e nell’area campano-laziale (cfr. le figurine di Ruvo, le “larvae” di terracotta da contesti domestici pompeiani, le statuette votive del fondo Santoro a Pompei con iscrizioni). La materia “farro e sangue” richiama le pratiche documentate nei PGM (PGM VII, 429 ss.) e nella tradizione nippur-italica delle defixiones con pittacia di farro.

Le prescrizioni specifiche sulla forma (assenza del volto, nudità, assenza di armi), sulla triade delle materie, e sul divieto di recupero sono ricostruzioni tipologiche per analogia con le prescrizioni negative delle tradizioni magico-rituali strutturalmente comparabili (mesopotamica, egiziana, greca). Non sono attestate in area etrusca specifica per l’assenza di letteratura tecnica superstite.

L’indicazione del “piede destro della statua maschile” come luogo di deposizione della creta richiama la credenza sulla pars hostilis / pars familiaris ben nota per l’orientamento delle sepolture etrusche (cfr. J. Haynes, Etruscan Civilization, 2000, pp. 198–204), trasferita per analogia all’orientamento delle statue funerarie maschili.


CAPITOLO III — Della legatura per parola detta

§ 1. Che cosa lega la parola

La parola lega ciò che non può essere toccato, scritto, o sepolto. Lega le decisioni, i pensieri, i giudizi, le voci. Lega chi ti ha udito, anche solo per un istante. Per questo la parola è la legatura più pericolosa: perché il bersaglio non sa di essere legato, e tu non sai con esattezza quando la legatura scatti.

La parola non scrive: una volta detta, è nell’aria. Per questo non puoi disfarla con le mani. Solo un’altra parola può disfarla.

§ 2. Dove si dice

Cinque luoghi sono adatti, e ciascuno ha la sua forza.

La soglia di casa propria, detta in piedi, volti verso l’esterno, all’alba. Lega chi attraversa quella soglia nei giorni che vengono.

Il crocicchio, detta camminando, volti a una delle quattro vie. Lega chi passa per quella via nei giorni che vengono.

Il foro, detta in piedi, fermi, a voce bassa. Lega chi è presente nel foro in quel momento e nei giorni che seguono. Il foro è luogo di giudizio: ciò che vi si dice pesa doppio.

Il tribunale, detta al momento in cui il giudice pronuncia la sentenza. Lega l’esito della causa. Ma è legatura che si può ritorcere contro chi l’ha detta, perché il tribunale è sacro a Saturno e a Vanth insieme.

Il bagno pubblico, detta mentre l’altro si lava. Lega l’animo, perché l’animo è nudo nel bagno. Ma è legatura che insudicia l’operatore.

Non dire la parola al focolare, perché il focolare è testimone e riferisce ai Lari. Non dirla al sepolcro, perché i morti non obbediscono alla parola altrui.

§ 3. Quando si dice

Di giorno, al mattino, prima che il sole sia alto. Non di pieno meriggio: il sole alto scioglie le parole. Non al crepuscolo: il crepuscolo è tempo di Vanth, che ascolta tutto e ripete nulla.

Non nei giorni parentali. Il nono del mese è chiuso alla parola che lega, perché è il giorno dei Mani, e i Mani non distinguono il legare dal pregare.

§ 4. Quante volte

Tre volte, non di più. Se non basta, cambia la parola, non il numero.

La prima volta la parola è aria.
La seconda volta è cenere.
La terza volta è pietra.

Dopo la terza, la parola è cosa, e ha lasciato la tua bocca. Non ti appartiene più.

§ 5. Come si dice

Sottovoce, ma distinta. Non sussurrare: il sussurro non ha forza. Non gridare: il grido è testimonianza.

Non guardare il bersaglio mentre parli. Guarda un punto fisso — un albero, un muro, una pietra. Se guardi il bersaglio, la parola torna a te.

Non muoverti. La parola detta camminando è parola di vento, e il vento porta via.

§ 6. Le tre formule nude

Per legare la lingua di un oratore che ti nuoce:

Taci. Taci. Taci.

Detta tre volte, sottovoce, una al giorno, per tre giorni, in tre luoghi diversi: soglia, crocicchio, foro.

Per legare la mano di chi sta per colpirti o per firmare contro di te:

Fermati. Fermati. Fermati.

Detta tre volte, in piedi, ferma, rivolta alla porta che il bersaglio dovrà attraversare.

Per legare il cuore di chi ami e che si allontana:

Resta. Resta. Resta.

Detta tre volte, in piedi, di notte, alla porta della tua casa, volti verso il cielo.

Queste tre formule non hanno nome, non hanno dio, non hanno offerta. Sono la parola nuda, e operano per se stesse. Per questo sono le più antiche, e le più efficaci. Chi le usa non invochi, non spieghi, non aggiunga.

§ 7. Le parole con nome

Quando la parola nuda non basta, leggi una parola che porta il nome di un dio.

Aita per fermare:

Aita, che tieni i morti, tieni fermo N.

Culsu per chiudere:

Culsu, porta che non si apre, chiudi la porta di N.

Vanth per inchiodare:

Vanth, che pesi le azioni, pesa la mano di N., che non si alzi.

Charun per marcare:

Charun, che marchi col martello, segna N., che non dimentichi.

Mania per distrarre:

Mania, madre di ciò che impazza, distrai N. da ciò che sta per fare.

Le parole con nome sono più forti di quelle nude, perché chiamano. Ma sono anche più pericolose, perché il dio risponde a chi chiama, e la risposta non è sempre quella che attendi.

§ 8. Cosa non si fa

Non ripetere la formula in presenza del bersaglio: questi si legge nella voce.

Non pronunciare il tuo nome durante l’operazione, perché se il bersaglio ti chiede “chi?”, tu non devi saper rispondere.

Non dire la formula al fuoco, perché il fuoco è testimone.

Non dire la formula al tuo stesso orecchio: la parola udita da se stessi si ritorce contro chi l’ha detta.

Non dire la formula a un bambino: il bambino non ha fermezza e la parola gli sfugge di bocca.

§ 9. Come si scioglie

Solo un’altra parola può sciogliere la parola.

La formula dello scioglimento è questa, e non se ne muti sillaba:

Ciò che fu detto sia non detto. Ciò che fu legato sia sciolto. La bocca che ha parlato taccia. L’orecchio che ha udito dimentichi.

Detta una volta sola, di giorno, al crocicchio, volti a occidente.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il capitolo sulla legatura per parola è quello più rischioso dal punto di vista della base documentaria: le tradizioni orali, per definizione, non lasciano traccia. La ricostruzione è fondata su tre elementi convergenti:

*— Le testimonianze romane sull’ars etrusca della “parola che lega” sono indirette ma numerose: Orazio (*Epist. *II 1, 145–148), Properzio (IV 1, 91–94), Tibullo (I 2, 53–60), e soprattutto Plinio (*NH XXVIII 4–6, sulla vincularum … cantamina) attestano che la tradizione romana attribuiva all’Etruria la pratica di legature e scioglimenti per carmen.

*— La tradizione greco-italica delle “parole efficaci” (cfr. l’*ἐπῳδή *omerica, le *voces magicae di Catone, Agr. *70, 102, 141, e i canti dei *fiscelli di Plinio, XXVIII 9) mostra come la tipologia “parola nuda / parola con nome” fosse strutturalmente comune nel mondo antico.

— La tripartizione delle formule nude in tre tipi (tacere, fermarsi, restare) richiama le triadi della letteratura tecnico-magica greca (PGM IV 296–466, le tre serie di “imperativi”). Il numero tre, con il suo valore iterativo-creativo, è onnipresente nella manualistica italica superstite (Catone, Varrone).

La prescrizione sulla triplice deposizione spazio-temporale (tre giorni, tre luoghi, tre momenti del giorno) è proposta come coerente con la struttura tripartita del rituale italico (cfr. la triplice lustrazione della casa in Catone, Agr. 141).


CAPITOLO IV — Della legatura per sangue e per vincolo di corpo

§ 1. Che cosa lega il sangue

Il sangue lega ciò che è già legato ma non lo sa: i consanguinei, gli amanti, i commensali. Lega ciò che è separato da tempo e si vuole ricondurre. Lega ciò che si è perduto: schiavi fuggiti, animali smarriti, figli che hanno lasciato la casa.

Non usare il sangue per legare chi non ti è affine: il sangue ti ritorcerebbe contro, perché il sangue è materia di stirpe e la stirpe non ammette intrusi.

§ 2. Sangue di chi

Cinque sangui sono adatti, e ciascuno lega in modo diverso.

Sangue di gallo nero, preso a digiuno, tenuto vivo per le zampe mentre si taglia la gola con coltello di bronzo. Lega per richiamo. Usalo per chi è fuggito o per chi si è allontanato.

Sangue di capra bianca, presa di tre anni, non di più. Lega per tenuta. Usalo per consolidare legami già esistenti: matrimonio, società, alleanza.

Sangue di porchetta, quella che non ha partorito. Lega per fecondità. Usalo quando vuoi che da un legame nasca frutto: denaro da un prestito, figli da un matrimonio, messi da un campo.

Sangue di sé, preso dal braccio sinistro, non dal destro. Lega la propria vita a un’opera. È legatura estrema: chi la fa non torna indietro. Usala solo per le cause che ti riguardano in modo tale che la tua vita ne dipende.

Sangue mestruale, di donna consenziente, raccolto in vasetto di terracotta chiuso con foglio di fico. Lega per attrazione. È materia che attira come attira il miele. Ma è materia anche che allontana, perché è segno della donna e gli uomini lo temono. Usala solo se sei donna, o se l’operazione è fatta da una donna per un uomo.

§ 3. Quando si raccoglie

Il sangue va raccolto al momento in cui l’animale è ucciso, non dopo. Il sangue rappreso è sangue morto, e lega cose morte.

Non si raccoglie di pieno meriggio: il sole forte lo brucia. Si raccoglie al crepuscolo o di notte.

§ 4. Come si adopera

Il sangue si versa, non si scrive. Si versa su una materia assorbente: terra cruda, cenere fredda, farina.

Si versa all’incrocio, alla soglia, alla tomba. Mai in casa propria, perché il sangue versato in casa è sangue di lite o di lutto.

Si versa in quantità di tre dita, non di più. Il sangue di più attira spiriti che non vuoi.

§ 5. Il vincolo di corpo

Quando il sangue non basta, legano i vincoli di corpo: capelli, unghie, peli, vesti toccate, sudore, saliva.

Capelli, tagliati di notte, durante il sonno del bersaglio, o presi dal pettine che usa. I capelli si legano con filo di lana nera e si depongono in tomba. Lega la persona nei suoi atti.

Unghie, tagliate dal piede sinistro, non dalla mano. Lega i passi, i movimenti, le decisioni di partire.

Sudore, raccolto da una veste indossata per tre giorni. Lega la presenza.

Saliva, raccolta al mattino a digiuno, su un pane che sarà mangiato dal bersaglio. Lega il suo gradimento verso di te.

Veste toccata, non indossata: un lembo, un orlo, un filo caduto. Lega un’azione sola, non la persona intera.

§ 6. Il vincolo di nome

Quando non puoi avere sangue né corpo, basta il nome.

Il nome è la persona. Scritto, è la persona fissata. Detto, è la persona mossa. Pronunciato al rovescio, è la persona rovesciata.

Tre modi di operare col nome:

Nome scritto su materia fredda (piombo, ferro, pietra) e deposto in luogo freddo (pozzo, cantina, tomba). Lega la persona nella sua interezza. È la legatura massima, e non si fa se non per cause di vita o di morte.

Nome scritto su materia calda (legno, pane, miele) e dato in pasto al fuoco. Lega l’azione, non la persona. È la legatura delle cause e degli atti.

Nome pronunciato al rovescio, sillaba per sillaba, dall’ultima alla prima. Lega la memoria. Il bersaglio dimentica ciò che sa di te. Usalo quando vuoi che il bersaglio non ti riconosca o dimentichi un torto.

§ 7. Il patto col morto

Quando sangue e nome non bastano, si fa patto col morto.

Scegli un defunto che ti sia affine: antenato, parente, benefattore di famiglia. Va’ alla sua tomba di notte, porta una lucerna, una moneta di bronzo, un bicchiere di vino non mescolato.

Poni la moneta sull’iscrizione. Versa il vino alla base della stele. Accendi la lucerna e poggiala a terra, non su un supporto.

Dì il tuo nome, il nome del bersaglio, la causa della legatura. Chiedi al morto di operare per te. Prometti un’offerta al nono giorno.

Spegni la lucerna con due dita. Non soffiare: il soffio è di vita, e lì non si porta vita.

Torna a casa per una via che non è quella dell’andata. Non voltarti.

Se entro nove notti il morto ti appare in sogno e ti porge la mano, il patto è accettato. Se ti appare e ti volta le spalle, il patto è rifiutato. Non insistere.

§ 8. Il prezzo

Ogni legatura ha un prezzo, anche se non lo vedi.

Il prezzo della legatura per immagine è la fatica delle mani.
Il prezzo della legatura per parola è l’attenzione della voce.
Il prezzo della legatura per sangue è un po’ della tua vita.
Il prezzo della legatura per patto col morto è un ricordo che ti mancherà.

Chi opera una legatura paghi il prezzo. Chi rifiuta di pagarlo, ne pagherà uno più grande, perché il rifiuto non scioglie, sospende, e la sospensione marcisce.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il capitolo sui vincoli di corpo è quello con la base documentaria più ampia, in quanto la pratica della defixio per capelli, unghie, e brandelli di vesti è attestata estesamente nel mondo greco-italico: cfr. le lamine di Selinunte (C. Jordan, in L’écriture magique, 2016), le lamine attiche del IV sec. a.C., e i corpora orfici con associazione di resti corporei a formule di legatura.

La prescrizione del “sangue mestruale” come materia legante richiede cautela documentaria: la pratica è attestata nel mondo greco (Soranus, Gyn. I 39; PGM IV 287–295) e nel mondo romano (Plinio, NH XXVIII 77–78; Giovenale, VI 588–591). L’attribuzione di tale pratica al mondo etrusco specifico è qui proposta per analogia culturale, non su attestazione diretta. La prescrizione del “solo da donna, o per un uomo tramite donna” è una ricostruzione di opportunità, basata sul fatto che le operatrici attestate nei contesti italico-romani di magia privata sono prevalentemente di sesso femminile (cfr. le sagae di Tibullo, I 2, e i passi di Orazio, Sat. I 8).

Il “patto col morto” (cap. VII del Libro Settimo del presente manuale ricostruito) richiama strutturalmente le pratiche di incubatio funeraria attestate a Trezene, a Eretria, e in area italica nei santuari di confine (cfr. A. Bottini, in Scienze dell’antichità 9, 2003). L’attestazione specifica etrusca manca, ma l’analogi con la tradizione nethsrac e con la figura del “sacerdote delle tombe” è plausibile su base strutturale.


CAPITOLO V — Dello scioglimento della legatura

§ 1. Perché si scioglie

Una legatura si scioglie per cinque cause.

  1. Perché il tempo è compiuto e l’effetto si è prodotto.
  2. Perché chi l’ha fatta vuole che cessi, anche se l’effetto non si è prodotto.
  3. Perché il bersaglio è morto. La legatura non opera sui morti; si spezza da sé, ma lascia traccia.
  4. Perché un’altra legatura più forte è intervenuta.
  5. Perché la legatura è stata mal fatta e imputridisce: allora si scioglie prima che imputridisca anche chi l’ha fatta.

§ 2. Chi può sciogliere

Solo chi ha posto la legatura, o chi lo eredita per linea di sangue diretta, può sciogliere.

Non scioglie chi ha subìto la legatura, se non è lui stesso l’operatore. Non scioglie un terzo che non sia della stessa stirpe dell’operatore, anche se lo conosce. La legatura segue il sangue, non l’amicizia.

Se l’operatore è morto senza aver sciolto, e non ha lasciato erede idoneo, la legatura permane finché il bersaglio non sia a sua volta morto. Allora si spezza da sé.

§ 3. Materie dello scioglimento

Quattro materie sciolgono, e ciascuna scioglie in modo diverso.

Acqua corrente, di fiume o di sorgente. Scioglie le legature di piombo, di creta, di immagine. Non scioglie le legature di sangue, perché il sangue è di stirpe e l’acqua non scioglie la stirpe.

Fuoco, di legna di quercia, non di pino. Scioglie le legature di carta, di cera, di parola scritta, di pane. Non scioglie le legature su pietra, perché la pietra sopravvive al fuoco.

Terra nera, quella del solco arato di fresco, non di giardino. Scioglie le legature sepolte in luogo sbagliato, o quelle che imputridiscono. La terra nera assorbe e dissolve. Non scioglie le legature in luogo sacro, perché la terra sacra non dissolve ciò che è stato posto sotto la protezione degli dèi.

Sale grosso, non fino, non marino. Scioglie le legature di parola, di formula, di vincolo di nome. Il sale è nemico della parola: per questo si dà ai bambini per farli tacere, e si pone sulla lingua dei bugiardi. Non scioglie le legature che hanno invocato un dio per nome: il dio, chiamato, permane.

§ 4. Le formule dello scioglimento

Per sciogliere una legatura di piombo:

Ciò che fu piegato sia spiegato. Ciò che fu scritto sia cancellato. Il piombo torni miniera, e la parola torni silenzio.

Detta una volta, di giorno, su una lamina di piombo pulita, che sarà gettata nel fiume corrente.

Per sciogliere una legatura di immagine:

Ciò che ebbe forma torni senza forma. Ciò che fu modellato sia disfatto. La cera torni miele, la creta torni fango, il farro torni seme.

Detta una volta, mentre disfai l’immagine. Cera: sciolta a bagnomaria. Creta: spezzata in tre, non sbriciolata. Farro: dato alle galline, non gettato.

Per sciogliere una legatura di parola:

Ciò che fu detto sia non detto. Ciò che fu legato sia sciolto. La bocca che ha parlato taccia. L’orecchio che ha udito dimentichi.

Detta una volta sola, di giorno, al crocicchio, volti a occidente.

Per sciogliere una legatura di sangue:

Il sangue versato sia restituito. La vita data sia ripresa. N. torni a sé, e io a me.

Detta una volta, di notte, sulla soglia della propria casa, volti verso l’esterno. Richiede che tu faccia un piccolo taglio sul dito mignolo della mano sinistra, e che tre gocce cadano sulla soglia. Non di più: il sangue che scioglie è sangue che si dà, non che si versa.

Per scioglere una legatura di patto col morto:

Morto che mi hai udito, morta che mi hai udito, il patto è compiuto. Ciò che dovevi fare è fatto. L’offerta è presso la tua tomba. Non ti chiamo più. Riposa.

Detta una volta, di giorno, alla tomba del morto, posando il pane e il sale sulla stele. Non di notte: il morto che ha finito non ama essere disturbato nel sonno eterno.

§ 5. Tempo dello scioglimento

Lo scioglimento si fa di giorno, non di notte. La notte è tempo di legare; il giorno è tempo di sciogliere.

Si fa dopo il terzo giorno dall’operazione, non prima. La legatura che si scioglie prima del terzo giorno non si è ancora saldata, e scioglierla è sciogliere se stessi.

Si fa entro il nono giorno, non dopo. Dopo il nono giorno, la legatura si è radicata, e scioglierla è come svellere un albero: si porta via la terra con sé.

§ 6. Cosa non si fa

Non sciogliere una legatura altrui senza essere della sua stirpe. Il tentativo ritorce.

Non sciogliere una legatura che ha invocato un dio per nome, senza avere un’offerta da portare a quel dio. La parola invocata permane finché il dio non è soddisfatto.

Non sciogliere una legatura per vendetta. Lo scioglimento non è vendetta: è chiusura.

Non sciogliere una legatura su una materia che è poi ritornata in circolazione. Se la lamina è stata venduta, se l’immagine è stata rubata, se la parola è stata ripetuta da altri, lo scioglimento non è più tuo.

§ 7. Lo scioglimento per oblio

Talvolta non si può sciogliere, perché l’operatore è morto, o la materia è perduta, o il bersaglio è irraggiungibile. Allora si fa scioglimento per oblio.

Siediti al crocicchio, all’alba, con in mano un pugno di terra nera. Non parlare. Mangia tre chicchi di sale. Getta la terra dietro di te, in tre volte, senza voltarti.

Non pronunciare nomi. Non pensare al bersaglio. Non pensare alla legatura. Lascia che il vento porti via il pensiero.

Fai questo per tre albe consecutive. Alla terza, il legame sarà sciolto, perché tu avrai dimenticato, e ciò che non è ricordato non lega.

Ma sappi: lo scioglimento per oblio è lo scioglimento più fragile. Se il ricordo torna, il legame torna.

§ 8. La legatura che non si scioglie

Certe legature non si sciolgono mai.

La legatura fatta col proprio sangue sulla propria vita: si scioglie solo con la vita.

La legatura fatta su un bambino non ancora nato: si scioglie solo quando il bambino nasce, se nasce, e diventa egli stesso operatore.

La legatura fatta su un defunto, dopo che il defunto è sepolto: non si scioglie. Va lasciata andare. Se imputridisce, va bruciata una sola volta, da solo, di notte, fuori della città.

La legatura fatta a un dio, in nome di un dio, con offerta a un dio: non si scioglie. Va onorata.

LIBRO SECONDO — DELL’ARTE DELL’AMORE E DEL SUO CONTRARIO


Capitolo I — Del filtro (Delle preparazioni da bocca e da soglia)

§ 1. Della natura del filtro

Il filtro non genera amore civile, né concordia tra sposi: piega la carne, toglie il sonno e rende l’animo simile a quello della bestia che segue l’odore del sangue. Non operare se cerchi nozze stabili, perché ciò che è preso per veleno d’erbe e parole muore non appena il corpo si purifica, lasciando disgusto e rancore profondo.

§ 2. Materia e vasi

Il vaso per cuocere non deve aver mai visto il sole dopo l’estrazione dalla fornace: usa terracotta grezza d’argilla fluviale, cotta a notte fonda da vasaio rimasto orbo o zoppo. Non usare rame, non usare ferro. Il bronzo è consentito solo se non tornito.

Prendi:

  • Tre parti di latte munto da capra interamente nera, che non abbia ancora partorito per la seconda volta;
  • Una radice di ruta strappata col piede sinistro voltando le spalle alla pianta, prima che il sole tocchi le cime dei colli;
  • Tre foglie di assenzio seccate all’ombra di un muro di stalla;
  • Cenere presa da sotto la pietra centrale del focolare, spento da non meno di un giorno;
  • Miele di favo selvatico, raccolto dentro tronchi cavi o fessure di tufo, che non sia mai stato colato per tela.
§ 3. Modo di cottura

Accendi un fuoco di soli rami di fico sterile. Poni il vaso sopra tre pietre di fiume, non cavate da terra ma raccolte sul greto asciutto.

Mescola con un ramo di alloro mondato della corteccia fino a metà. Gira sempre verso la tua sinistra, contando per nove volte nove giri. Durante il bollore, non respirare il vapore: tieni la bocca coperta con panno di lino grezzo.

Quando il liquido è ridotto alla metà, spegni il fuoco soffocandolo con terra di campo incolto. Non versare acqua sulla brace.

§ 4. Della somministrazione

Due sono le vie per far entrare la materia:

  1. Per bocca: Versa nove gocce del filtro nel vino non mescolato (merum). Il vino deve essere scuro, mai bianco o annacquato. Non bere tu dalla stessa coppa: se ne bevi anche una sola stilla, la legatura tornerà su di te raddoppiata e sarai servo di chi volevi servire.
  2. Per passo (se il bersaglio non beve da te): Se non puoi raggiungere la coppa, ungi con il fondo denso del vaso la soglia di casa sua, sul lato dove poggia il battente quando è chiuso. Spalma di notte, usando l’ala recisa di una civetta o di un pipistrello. Chi calpesta quel segno prima dell’aurora porta il filtro nelle vene attraverso la pianta del piede.
§ 5. Parole da dire

Mentre versi o spalmi, dì a denti serrati:

Turan che pesi, Lasa che guidi la correggia:
Come questo succo entra e non esce,
così entri il mio nome nel fegato di N.
Non trovi acqua che spenga, non trovi letto che acquieti,
finché il suo piede non cerchi la mia porta.


Capitolo II — Della distrazione d’amore (Dello scindere e deviare)

§ 1. Quando si opera la distrazione

Questo si fa quando l’amore è divenuto pestilenza: quando l’uomo dimentica i figli per un’altra casa, quando la donna abbandona il telaio e consuma le sostanze del marito, o quando tu stesso sei preso da fuoco che ti consuma il midollo e vuoi strappartelo dal petto.

§ 2. Dello specchio d’acqua morta

Trova un pozzo abbandonato, o una lama d’acqua stagnante dove marciscano foglie di quercia e il fondo sia melma nera. Il giorno adatto è il sabato, o il giorno che precede il novilunio, all’ora in cui le ombre si allungano ma le stelle non sono ancora nate.

Porta con te una ciotola di bronzo lucidato a fresco, che rifletta chiaro. Riempi la ciotola con l’acqua della palude. Guarda la tua immagine riflessa (o fai chinare chi deve essere liberato) finché i lineamenti non appaiono fermi.

Getta nell’acqua una manciata di semi di papavero nero e sputa tre volte nel centro esatto del cerchio.

§ 3. Delle immagini separate

Prendi creta raccolta dal letto di un corso d’acqua che scorre verso l’inferno (da oriente a ponente). Modella due figure senza tratti di volto, l’una maschile, l’altra femminile.

Poni le figure schiena contro schiena. Non legarle con filo: infiggi tra le due schiene una lama sottile di scisto o una scheggia di selce nera, in modo che non si tocchino in nessun punto della carne d’argilla.

Scrivi sulla schiena dell’una il nome di colui che vuoi svuotare d’ardore; sulla schiena dell’altra scrivi il nome della femmina (o del maschio) che ne trae diletto.

§ 4. Deposizione della separazione

Porta le due figure a un bivio formato da tre vie che si dividono senza più incrociarsi. Scava una buca profonda un cubito. Poni la figura maschile voltata verso occidente, la figura femminile voltata verso settentrione. Tra le due spargi sale grosso e cenere d’ossa di cane morto di fame.

Pronuncia una volta sola, ad alta voce:

Voi non foste generati da una sola matrice.
Voi non berrete dallo stesso rivo.
Come il cane odia il lupo e la lepre fugge l’aquila,
così N. abbia a schifo la voce, l’odore e la pelle di N.
Ciò che toccava bruci di freddo; ciò che piaceva generi nausea.

Copri la buca battendo la terra coi piedi nudi per nove volte. Allontanati correndo fino a superare il confine del campo. Non guardare se senti passi dietro le tue spalle.


Capitolo III — Della legatura d’ardore (Delle lamine e delle immagini trafitte)

§ 1. Delle immagini di cera

Non usare piombo se non vuoi che l’altro muoia o impazzisca entro l’anno: il piombo è troppo freddo per l’amore e spesso spegne la vita insieme alla carne. Per legare l’ardore si usa cera vergine d’api, impastata con fuliggine della stanza da letto e terra presa dall’impronta lasciata dal piede del bersaglio.

Se non hai l’impronta, usa tre fili sfilati dal bordo della sua tunica, o capelli tagliati col sonno addosso.

Modella la sola figura del bersaglio. Modella il membro o la vulva sporgenti e scoperti. Fletti le ginocchia dell’immagine come chi implora, e piega le braccia dietro la schiena, incrociando i polsi.

§ 2. Dei chiodi e dei trapassi

Prendi sette aghi di bronzo. Non usare aghi che abbiano cucito panni di vivi o di sposi: comprali senza mercanteggiare sul prezzo, pagando con moneta che non pretenda resto.

Infiggi gli aghi pronunciando per ogni trapasso il bersaglio della carne:

  1. Nel vertice della testa: «Tralfiggo la tua mente, che tu pensi a me e a nessun altro.»
  2. Negli occhi: «Tralfiggo i tuoi occhi, che tu veda buio lontano dal mio volto.»
  3. Nella bocca: «Tralfiggo la tua lingua, che tu non possa nominare altro piacere.»
  4. Nel fegato: «Tralfiggo il tuo fegato, che la bile dell’ardore ti consumi giorno e notte.»
  5. Nel cuore: «Tralfiggo il tuo petto, che il tuo respiro manchi finché non mi sei accanto.»
  6. Nel ventre: «Tralfiggo le tue viscere, che tu non possa digerire né pane né vino se non meco.»
  7. Nelle parti vergognose: «Tralfiggo la tua radice, che essa rimanga secca, muta e morta verso chiunque viva, e si desti solo al mio tocco.»
§ 3. Della chiusura in vaso

Prendi un’olla di terracotta grezza usata per conservare lardo o grasso vecchio. Poni dentro l’immagine trapassata.

Aggiungi:

  • Un cuore di rondine essiccato;
  • Una mela canuta di muffa, divisa in due metà, ponendo una metà a capo e l’altra ai piedi dell’immagine;
  • Un nastro di lana rossa tinto con sangue di giovenca sacrificata per voto non compiuto.

Sigilla il coperchio con calce idraulica mescolata ad aceto forte. Non deve trapelare aria né odore alcuno.

§ 4. Deposizione

Seppellisci l’olla:

  • O sotto il gocciolatoio della casa del bersaglio, dove l’acqua del tetto cade e batte continuamente sulla terra;
  • O nel cimitero, accanto alla fossa di un morto rimasto insepolto a lungo prima del rito (un perito per acqua o per via maestra). Il morto senza casa è affamato di contatti e custodirà il vaso per non essere lasciato solo.

Capitolo IV — Del lasciare andare (Dello scioglimento del vincolo)

§ 1. Quando è empio mantenere la legatura

Se chi hai legato si ammala di tisi; se smette di mangiare e siede muto fissando la soglia; se perde la vista o se la sua casa cade in rovina per colpa del delirio amoroso, il debito ricade su colui che ha operato.

Nessuna legatura deve durare oltre sette anni: ciò che non si scioglie per arte si trasforma in larva che divora la discendenza dell’operatore.

§ 2. Dello scavo e dell’apertura

Torna al luogo dove hai deposto la costa, la lamina o l’olla. Devi andarvi all’ora sesta del giorno, quando il sole è alto e getta l’ombra sotto i piedi: a mezzogiorno gli inferi dormono e non trattengono la preda.

Scava con una zappa di legno duro (corniolo o leccio), non toccare la terra scavata con le unghie. Estrai il vaso o l’osso. Se il vaso è spezzato o l’osso è consumato dai vermi, la liberazione non è più in tuo potere: dovrai fare voto a Vei e ad Aita per espiare il sangue consumato.

Se l’oggetto è intatto, portalo alla riva di un fiume che vada al mare, dove l’acqua scorra viva su sassi tondi.

§ 3. Estrazione degli aghi e rottura dei nodi

Spezza il sigillo con un colpo di ciottolo fluviale. Estrai l’immagine di cera.

Rimuovi gli aghi uno a uno, compiendo il percorso a ritroso: dalle vergogne al capo. Per ogni ago che estrai, devi bagnare la ferita della cera con latte fresco misto a miele, dicendo:

«Io ti tolgo il ferro. Io ti rendo la vista.
Io ti rendo la lingua. Io ti rendo il sonno.
Ciò che fu stretto è lento; ciò che fu bruciato è freddo.
Turan allenta la correggia; Lasa cancella la piaga.
Torna alla tua madre, torna al tuo sangue, torna a te stesso.»

Estrai gli aghi e gettali nella corrente del fiume, uno a sinistra, uno a destra, gli altri nel mezzo.

§ 4. Distruzione della cera

Non bruciare la cera: bruciarla darebbe tormento d’inferno allo spirito della vittima. Scioglila invece dentro un calderone d’acqua riscaldata con rami d’olivo mondati. Quando la cera galleggia liquefatta in superficie, getta nell’acqua tre pugni di crusca di farro e un’oncia di natron o liscivia.

Lascia raffreddare all’aria aperta. Quando la cera è divenuta una crosta informe e sorda, rompila in mille scaglie minute e gettala nel fiume, gridando tre volte il vero nome del liberato:

«N., va’ libero. Il vincolo è disfatto. Tra me e te c’è l’acqua amara.»

§ 5. Purificazione di ritorno

Torna alla tua casa per sentieri mai percorsi. Giunto alla porta, fermati all’esterno: non entrare finché un fanciullo che non ha toccato cadaveri o una donna vergine non ti abbia lavato i piedi con acqua di fonte mista a foglie di alloro battute.

Spogliati della tunica sulla soglia e falla bruciare all’aperto, gettando le ceneri al vento lontano dall’orto e dal pozzo. Per tre lune non congiungerti con alcuno, e mantieni il silenzio sul nome di chi hai lasciato andare.

LIBRO TERZO — DELL’ARTE DELLA SALUTE


Capitolo I — Del male del bambino (Delle febbri, dello svezzamento e del sonno interrotto)

§ 1. Della debolezza del filo vitale

Fino al compimento del settimo anno l’infante non ha radice profonda nella terra: il suo soffio (animus) è trattenuto da legami sottili che ogni vento maligno o sguardo d’invidia (fascinum) può recidere con facilità. Il guasto non viene dagli umori del corpo, ma dalla bocca di chi loda senza benedire, o da larve d’antenati che cercano calore attaccandosi al petto della creatura.

§ 2. Della bulla e del riparo da collo

Appena il fanciullo tocca il quarantesimo giorno, appendigli al collo una bulla di bronzo battuto. Non usare piombo, che addormenta il sangue; non usare ferro, che fa fuggire i Lari custodi.

Dentro le due valve della bulla devi rinchiudere:

  • Una radice di peonia raccolta a luna spenta, tagliata in sette scaglie senza usare lama di metallo;
  • Un pezzo di cordone ombelicale seccato all’ombra dentro farina di farro;
  • Un dente di lupo maschio, forato alla radice con lesina di rame;
  • Tre grani di sale marino non lavato.

Se la bulla si apre da sé o cade nel fango, non rimetterla: è segno che ha bevuto il male al posto del bambino. Gettala in un torrente d’acqua viva e ribattine un’altra da capo.

§ 3. Delle schegge a croce e del crine

Se il bambino rifiuta il latte, grida nel buio o volta gli occhi all’indietro come chi vede cose tremende nell’angolo della stanza, prendi due schegge d’osso di porco sacrificato ai Penati.

Disponile a croce di vie (decussatio), legandole al centro con un filo di crine strappato dalla coda di una giumenta feconda. Bagna il centro del nodo con tre gocce del latte della madre stessa, munto sul momento.

Appendi questa croce d’osso all’estremità della culla, verso i piedi del fanciullo, mai sopra gli occhi: deve tagliare la strada a ciò che entra strisciando dal pavimento.

§ 4. Dello scongiuro del latte guasto

Se il seno s’indurisce come sasso o il latte esce giallo e acre, ungi la mammella con grasso di maiale non salato mescolato a polvere di ruta.

Prendi una canna palustre verde. Tagliala alla misura di tre spanne. Soffia attraverso la canna sulla fronte del fanciullo per tre volte, e per tre volte sopra la spalla della nutrice, pronunciando:

Come la canna è vuota e il vento la trapassa,
così il male esca dal petto ed entri nel fango.
Non tocchi la carne, non guasti il latte, non fermi il respiro.
Vei nutrice, prenditi l’amaro; lascia il dolce al sangue mio.

Spezza la canna sulle ginocchia in tre pezzi uguali e sotterrali sotto lo scolo dell’acqua piovana della casa.

§ 5. Divieti per la stanza del parto
  • Non far entrare nella stanza donne che abbiano abortito prima che siano passati tre mesi dal loro lutto.
  • Non lasciare la lucerna spenta prima che sia sorto il sole intero: la penombra dell’alba è il momento in cui la Mania cerca i neonati.
  • Non spazzare la stanza verso l’esterno fino al nono giorno: raccogli la spazzatura in un vaso di coccio e bruciala solo dopo che la madre ha toccato l’acqua di sorgente.

Capitolo II — Del male della donna (Del sangue trattenuto, del grembo rovesciato e del parto)

§ 1. Della matrice e della sua natura

La matrice (tursna) è nella donna come una bestia viva dentro un’altra bestia: se manca d’umidità sale verso il diaframma e strozza il respiro; se è appesantita da sangue freddo precipita verso il basso e intorpidisce le gambe. Essa si governa con gli odori, con i bagni d’erbe sorde e con l’offerta di matrici di creta nei santuari di confine.

§ 2. Del sangue che si rifiuta

Quando le purghe lunari cessano prima del tempo senza che vi sia seme nell’utero, la donna diventa di colore verde come l’erba marcita e la bile le sale agli occhi.

Per tre mattini a digiuno falle bere vino nero ristretto al fuoco con radice di aristolochia e semi di cumino selvatico pestati. Il vaso deve essere di terracotta rozza mai invetriata, cotta con legna di ginepro.

Durante il terzo giorno, all’ora dell’accensione delle lucerne, fai sedere la donna su un sedile forato sopra una conca di bronzo in cui ardono lenti:

  • Pelo di lepre maschio;
  • Resina di pino secca;
  • Scaglie di corno di cervo.

Mentre il fumo sale a toccare le parti basse, la donna tenga premuto sulla fronte un panno bagnato d’aceto fortissimo e canfora selvatica. Il cattivo odore spinge la matrice a fuggire verso il suo luogo naturale.

§ 3. Del parto difficile e delle aperture

Se il travaglio dura più di un giorno e una notte intera e il frutto non si volta, il blocco non è nella carne ma nei nodi della casa.

Un uomo della casa deve compiere questo giro a piedi scalzi:

  • Disfare ogni cintura, treccia di capelli e laccio di calzare addosso a quanti abitano sotto quel tetto;
  • Aprire tutte le porte della casa, le casse di quercia, i granai e le stalle;
  • Togliere ogni chiave dalle toppe e posarle a terra sul pavimento a testa in giù;
  • Allentare il giogo dei buoi e slegare i cani alla catena.

Poni sopra il ventre della partoriente una pietra nera caduta dal cielo (ceraunio, punta di folgore di Tinia), scaldata prima nella cenere calda del focolare e avvolta in lana vergine non cardata.

Pronuncia all’orecchio della donna:

La porta è aperta, la via è sgombra.
Come l’acqua esce dalla rupe quando Tinia batte col dardo,
così esca il frutto vivo dal fondo del tuo corpo.
Aita non reclama; Vei ti spalanca la soglia.

Appena il bambino è sceso a terra, togli immediatamente la pietra dal ventre, affinché le viscere della madre non la seguano fuori dal corpo.

§ 4. Tavola dei giorni del grembo
Giorno della LunaCondizione della matriceOpera da compiere
Dal I al IVSangue vivo; utero apertoNon toccare la donna; divieto di medicamenti interni.
V e VIUtero assetato di semeGiorno fausto per concepire; beva latte con miele crudo.
IX (Nundinae)Sangue pesante; passaggio di larveNon si facciano parti né tagli; legare lana rossa ai polsi.
Luna pienaMatrice gonfia e mobileBuona per bagni di vapore; divieto di toccare la terra fredda.
Luna calanteDisseccamento del gremboTempo per scacciare il sangue guasto e bere la ruta.
Tre giorni buiBocca dell’abisso apertaNefasto sopra ogni cosa: chi nasce in questi giorni sia lavato con vino e sale.

Capitolo III — Del male dell’uomo (Delle febbri palustri, dei tagli d’arma e del midollo spento)

§ 1. Delle febbri ardenti (Terzane e Quartane)

La febbre che scuote l’uomo con brividi di ghiaccio e poi lo arde come fornace non si cura coi ferri dei medici greci, che cavano sangue indebolendo l’anima: la febbre va legata e venduta a un albero d’acqua viva.

Prima dell’alba, nel giorno in cui il brivido deve tornare, recati a un salice bianco che cresce con le radici immerse nel pantano. Porta con te il paziente, scalzo e cinto solo di una corda di canapa.

Fai abbracciare il tronco del salice all’uomo. Con un punteruolo di bronzo fora la corteccia dell’albero all’altezza del petto del malato. Inserisci nel foro:

  • Un ciuffo di capelli dell’ammalato, tagliati dalla nuca;
  • Tre unghie tagliate dalle mani e tre dai piedi;
  • Una carta di lino bagnata col suo sudore freddo.

Chiudi il foro con un cuneo fatto di legno di quercia battuto con una pietra dura, dicendo tre volte:

Salice, tu hai sempre i piedi nel fango e la testa al vento.
Prenditi il fuoco che arde N., prenditi il gelo che lo batte.
Io lascio qui il brivido; io riporto a casa l’uomo.
Finché questo piolo non si svita, la febbre a questo corpo non torna.

Torna a casa senza che il malato volti lo sguardo verso il fiume. Per nove giorni non fargli toccare cibo cotto su fuoco di legna palustre.

§ 2. Delle ferite d’aratro e di lancia

Se la carne è aperta da ferro arrugginito o da corno di toro, lava la piaga solo con vino cotto con foglie di rovo; l’acqua cruda marcisce la ferita e genera i vermi del fango.

Accosta i lembi della carne rotta. Se devi cucire, usa filo di lino ritorto che sia stato tenuto per una notte immerso nell’olio d’oliva vecchio.

Prendi una zolla di terra grassa dallo stesso campo dove il ferro ha ferito l’uomo (se è stato ferito da ferro), stemperala con sputo dell’uomo sano e chiudivi sopra la piaga con una pezza di lino candido.

Pronuncia questa formula tenendo il pollice sinistro premuto sulla cicatrice fresca:

Sotto la terra fu cavato il metallo;
nella fornace fu temprato il dardo.
La terra richiede ciò che il metallo ha sparso.
Carne con carne, vena con vena, osso con osso:
riserrati saldo come la pietra del muro.

Non levare la prima fascia prima che siano trascorsi tre giorni completi. Se la ferita pute, cospargila di cenere finissima di sterco di capra seccato al sole: consuma il marciume e salda la pelle.

§ 3. Del midollo spento e dell’uomo che non sorge

Se le reni dell’uomo sono fredde, il seme cola acquoso senza piacere e il membro pende come ramo secco senza potersi levare verso la femmina, non si tratta di malia d’ossa ma di furto di vigore operato da donne morte prima del tempo.

All’ora in cui le greggi rientrano, scalda un coppo di terracotta sul fuoco fino a farlo diventare rovente. Versavi sopra urina recente dell’uomo spento, mista a semi d’ortica sminuzzati.

Mentre il vapore bruciante sale, l’uomo deve porsi a cavalcioni del fumo coperto da un mantello pesante di lana scura, percuotendosi lievemente i lombi e le cosce con una frusta fatta di rami d’olivo selvatico.

Fatto questo, mangi per sette sere il fegato crudo di un gallo giovane ucciso prima che abbia mai cantato al mattino. Tenga sotto il pagliericcio un corno di caprone ripieno di grasso di toro e resina terbentina.


Capitolo IV — Del male della bestia (Del bue sfiancato, della scabbia e del contagio della stalla)

§ 1. Della corruzione della mandria

La bestia sente il passaggio del dio sotterraneo (Śuri) prima dell’uomo: se i buoi muggiscono a testa bassa contro terra, o se la pecora strappa la propria lana coi denti, l’aria della stalla è stata bevuta da spiriti dell’immondezza.

Non si attenda che la prima bestia muoia: quando una crolla, le altre la seguiranno per contagio invisibile.

§ 2. Del foro nell’orecchio e del tassello di corniolo

Se il bue ha la tosse secca, scuote le orecchie e spuma dalla lingua bava nerastra, prendi una lesina di bronzo scaldata al fuoco.

Fora l’orecchio sinistro della bestia da parte a parte, nel punto dove non passano le vene grosse. Infila nel foro un rametto tondo di corniolo o di elleboro nero (radice del sonno), lungo due dita, bagnato prima con pece liquida.

Lascia il legno infilato nell’orecchio per un intero giro di luna: esso beve il marciume dal sangue del capo e lo fa scolare fuori sotto forma di siero e pus. Quando la piaga comincia a far crosta secca, togli il bastoncino e brucialo sulla soglia della stalla.

§ 3. Del solco circolare contro la morìa

Se la mortalità entra nel gregge o nell’armento, all’imbrunire prendi un aratro che non abbia mai tracciato confini tra campi di diversi padroni. Aggioga un toro e una vacca entrambi di colore rosso o pezzato; non usare animali neri, che chiamano la tomba.

Traccia un solco continuo attorno all’intero recinto o alla stalla, cominciando da levante e camminando verso il tramonto, chiudendo il cerchio senza mai voltare l’aratro indietro.

Nel fondo del solco, lungo i quattro angoli del mondo, sotterra quattro ciotole di coccio contenenti:

  1. Ad Oriente: Grani di farro bagnati di latte;
  2. A Mezzogiorno: Zolfo in polvere e cenere di focolare;
  3. A Ponente: Fegato di porco crudo diviso in tre parti;
  4. a Settentrione: Acqua salsa mista a foglie d’assenzio.

Mentre richiudi il solco con la vanga di legno, pronuncia:

Qui gira il confine, qui si spezza la corsa.
Il morbo resti fuori; la vita rimanga dentro.
Lupo non salti, dardo non penetri, soffio d’aria marcia non trapassi.
Ciò che tocca questo solco muore alla terra; ciò che sta dentro vive al padrone.

Fai saltare a tutto il bestiame un fumo fatto con sterco secco e rami di lentisco acceso davanti alla porta della stalla prima di rinchiuderlo per la notte.


Capitolo V — Del male della casa (Del focolare che geme, del pozzo guasto e della soglia calcata)

§ 1. Dei segni del fundus contaminato

La casa si ammala come il corpo dell’uomo. I segni certi della contaminazione (muffa sacra) sono questi:

  • Il focolare fa fumo torto che torna in faccia a chi siede e non sale al tetto;
  • Il latte caglia nella brocca prima che cali la notte;
  • I cani ringhiano contro gli stipiti nudi senza che vi sia uomo o fiera all’esterno;
  • Le travi della stanza da letto gemono a luna piena con rumore di tela strappata.

Questo accade quando è stato sepolto un morto d’ingiuria troppo vicino alle fondamenta, o se un ladro ha gettato piombo iscritto sotto il battente della porta per spegnere la stirpe.

§ 2. Della purificazione del pozzo corrotto

Se l’acqua della cisterna o del pozzo fa puzza di zolfo o di carne morta, o genera vermi vermigli coi peli, non gettarvi calce o terra vergine, che soffocherebbero lo spirito della fonte.

Cala nel fondo del pozzo, mediante una fune di ginestra, un paniere di vimini contenente:

  • Tre pezzi di carbone acceso di legno di leccio secolare;
  • Una libbra di sale fossile a grani grossi;
  • Una ciotola di terracotta con miele crudo e foglie d’alloro intatte.

Lascia il paniere a fior d’acqua finché i carboni non si spengono sfrigolando. Tira su il paniere e getta il contenuto nel bosco più vicino, lontano dalle strade.

Poi, getta nel pozzo tre monete d’argento o di bronzo grezzo battuto (aes rude), gridando verso l’apertura della bocca del pozzo:

Nethuns, signore delle vene profonde:
Prenditi il tuo metallo, rendici l’acqua chiara.
La corruzione scenda nell’abisso; la sorgente risalga monda.
Beva la casa senza veleno; beva la bestia senza cadere.

Per un giorno intero non si attinga acqua: la prima secchiata del mattino successivo sia versata sulla soglia d’ingresso, non bevuta.

§ 3. Dello spazzamento della soglia e del ribaltamento della malia

Se temi che un nemico abbia calcato la soglia con scarpa intrisa di veleno, o vi abbia versato sangue d’animale impuro per appiccare la discordia:

All’ora terza della notte spazza la soglia con una scopa fatta di rami di spino nero legati con giunco. Spazza da dentro verso fuori, spingendo la polvere oltre il primo gradino di pietra.

Raccogli la terra spazzata con una lamina di rame. Versavi sopra aceto fortissimo misto a liscivia di cenere di quercia finché non frigge.

Scava una fossa piccola proprio sotto la pietra della soglia, dall’esterno. Sotterravi:

  • Un frammento di specchio rotto o di ceramica lucida rivolta verso la via;
  • Una testa d’aglio schiacciata col tacco sinistro;
  • Un chiodo di bronzo ritorto a becco di corvo.

Mentre ricopri con la calce, comanda:

Chi ha portato, si riprenda il carico.
Ciò che ha guardato verso la mia casa, si specchi e torni indietro.
Lo spino punga la sua pianta; l’aceto gli bruci la gola.
La soglia è di bronzo; il focolare è serrato.

LIBRO QUARTO — Dell’arte dei sogni

Nota del ricostruttore (apparato generale al libro)

Il libro quarto è il più rischioso del presente manuale ricostruito, perché la tradizione onirologica etrusca specifica non è attestata in misura sufficiente per una ricostruzione lessicale o formulare diretta. Le basi su cui poggia sono quattro:

— Le testimonianze letterarie tarde sull’oniromanzia etrusca: Plinio, Naturalis Historia II 199 (sui fulmini come rivelatori di sogni); Cicerone, De divinatione I 12, 18 e II 24, 50–51 (sulla somnia come parte della Disciplina Etrusca*, con la classica tripartizione in fulmina, ostenta, somnia); Servio,* Commentarius in Vergilii Aeneida VI 893 (sulla teoria etrusca dei “tre generi di anime” che tornano a parlare nei sogni, benché il passo sia spurio e discusso).

— L’analogi strutturale con le tradizioni oniromantiche coeve e di cultura affine: incubatio greca (Asclepieion di Epidauro, Atena Chalkioikos a Sparta), la tradizione orfico-pitagorica delle laminette auree (che descrivono il sogno-oriente dei morti), la tradizione mesopotamica del sogno-rivelazione (Zaqīqu, qurpu), e soprattutto il trattato ippocratico Περὶ ἐνυπνίων che mostra come nel mondo greco-italico del V sec. a.C. esistesse una manualistica strutturata sull’interpretazione dei sogni.

— Le attestazioni materiali etrusche di contesti compatibili con l’incubatio: letti funerari in pietra nelle tombe aristocratiche di Cerveteri, Tarquinia, Chiusi (VI–IV sec. a.C.), la presenza di “letto” o “kline” come motivo iconografico nei corredi funerari (Tomba degli Auguri, Tomba del Letto, Tomba della Biga a Tarquinia), che possono aver avuto anche una valenza oniromantica oltre che funeraria.

— Le attestazioni tarde ma strutturalmente coerenti di pratiche oniromantiche italiche in area romana: Varrone, De re rustica I 37, 3 (sui sogni degli agricoltori); Plinio, Epistulae VII 27 (sul sogno premonitore); e soprattutto il “Calendario di Filocalo” e la tradizione dei Dies Aegyptiaci che combinano calendaristica e divinazione onirica.

Il presente libro è pertanto da leggersi come ricostruzione analogica ad alta coerenza interna, non come compendio di materiali attestati. Le parti che si dichiarano in forma di elenco (Tavole) sono più fondate; le parti narrative (capitoli III e V in particolare) sono le più ricostruttive.

Una scelta linguistica: si è mantenuto il termine tecnico incubazione nella sua accezione specialistica di “dormire in un luogo sacro per ricevere un messaggio”, perché il termine greco ἐγκοίμησις e il latino incubatio sono gli unici termini tecnici disponibili nella tradizione filologica per designare la pratica. L’eventuale equivalente etrusco (ricostruito convenzionalmente come śucri o śucal sulla base del verbo śucu “avere luogo” attestato in poche iscrizioni tarde) non è documentato in misura sufficiente per essere usato in un contesto di manuale ricostruito.


CAPITOLO I — Dove si dorme

§ 1. La regola dei luoghi

Chi vuole un sogno che porti messaggio dorma nel luogo adatto al messaggio che cerca.

Il luogo fa la metà dell’opera, e l’operatore fa l’altra metà. Se il luogo è sbagliato, l’operatore non potrà nulla. Se l’operatore è sbagliato, il luogo non potrà nulla.

Tre sono i luoghi del sonno che porta:

  1. Il sepolcro di un antenato, per i messaggi della stirpe.
  2. La soglia della propria casa, per i messaggi della casa e del focolare.
  3. Il bosco sacro, o la radura presso una sorgente, per i messaggi degli dèi.

§ 2. Dormire al sepolcro

Scegli un sepolcro che sia della tua gente. Non dormire alla tomba di chi ti è estraneo: il morto di altra stirpe non ti riconosce, e i sogni che ti manda non sono per te.

La tomba sia di un antenato di almeno tre generazioni: troppo recente, ed è ancora troppo umano; troppo lontano, ed è già troppo divino. Tre generazioni è la distanza in cui il defunto è diventato Lar, vale a dire custode, e non ancora Manes, vale a dire errante.

Scava una piccola buca alla base della stele, dal lato destro (per l’uomo) o sinistro (per la donna). Versa vino non mescolato, tre sorsi. Poni un chicco di farro e uno di sale. Copri con terra.

Stendi un mantello a terra, non un letto: il sepolcro non accoglie giacigli.

Distenditi supino, con la testa verso la stele, i piedi verso la campagna.

Non portare con te cibo, monete, armi, anelli di ferro. Il sepolcro è luogo di defunti, e i defunti non amano le cose dei vivi.

Non addormentarti di tua volontà. L’addormentarsi deve avvenire, non essere voluto. Chi vuole dormire non dorme, perché il desiderio del sonno è veglia. Siedi, o distenditi, e attendi. Il sonno verrà quando il defunto vorrà.

§ 3. Dormire alla soglia

Scegli la soglia della tua casa, non quella altrui. La soglia è territorio neutro tra il dentro e il fuori, tra il Lar e l’ospite, tra il vivo e il morto che passa.

Pulisci la soglia il giorno prima: acqua di sorgente, alloro, ginestra. Non usare scope: la soglia non ama essere percossa.

La notte, spegni ogni fuoco in casa. Il Lare del focolare deve dormire anche lui, perché il sogno che cerchi è tra i vivi, non tra i Penati.

Stendi un panno di lino sulla soglia, non lana. La lana è calda e tiene svegli; il lino è fresco e fa dormire.

Distenditi con la testa verso l’interno della casa, i piedi verso la strada.

Non portare con te torce, lucerne, o strumenti: la soglia è luogo di passaggio, non di sosta.

Il sonno verrà leggero, perché la soglia non addormenta mai del tutto. È un sonno-di-guardia, e chi dorme così vede ma non ricorda tutto: solo ciò che conta.

§ 4. Dormire nel bosco sacro

Scegli un bosco sacro che conosci, non uno di cui hai solo sentito parlare. Gli dèi dei luoghi non amano chi dorme dove non è mai stato.

La macchia sia presso una sorgente, o presso un masso isolato, o presso un albero che sia stato colpito dal fulmine e sia ancora in piedi. L’albero fulminato è albero sacro a Veltune, e i sogni sotto di esso sono sogni di Veltune.

Non tagliare rami per fare giaciglio. Non accendere fuoco. Non urinare entro il perimetro sacro.

Stendi il mantello sull’erba, sotto l’albero fulminato, o presso la sorgente.

Distenditi su un fianco, non supino: il bosco è luogo verticale, e chi dorme in piedi anche da disteso si espone ai soffi di sotto.

Non parlare. Non pensare. Non desiderare. Il bosco non ama chi ha già deciso cosa deve sognare.

Il sonno verrà profondo, perché il bosco addormenta. È un sonno-di-radice, e chi dorme così non si muove: chi lo vedesse crederebbe che è morto, e per questo nessun custode del bosco ti disturberà.

§ 5. I luoghi vietati

Non dormire in tre luoghi, se vuoi che il sogno sia tuo.

Non dormire al crocicchio: il crocicchio è di tutti, e i sogni che vi nascono sono per nessuno.

Non dormire al fiume: il fiume è di chi passa, e il suo sonno è acqua, e l’acqua non tiene.

Non dormire in una casa che non sia la tua, per quanto ti sia cara: i sogni nati in casa altrui sono sogni dell’altro padrone.

§ 6. La preparazione del corpo

Il giorno prima del sonno che porta, astinenza. Non da cibo solo: da parola, da lite, da amplesso, da mestruo (per la donna), da lutto, da giuramento, da contratto.

Bagnati al fiume o alla sorgente prima del tramonto. Indossa una tunica pulita, che non hai indossato prima.

Non portare anelli, monili, fibule. Lasciali sulla soglia di casa, in un piatto di terracotta con acqua e sale. Li riprenderai al ritorno.

Non mangiare aglio, cipolla, fava, lenticchia, carne di maiale, formaggio stagionato. Mangia solo pane di farro, olio, miele, e bevi acqua.

§ 7. Il ritorno

Al risveglio, non alzarti di scatto. Siedi. Ricorda. Scrivi su una tavoletta di legno, prima che il ricordo sbiadisca. Il ricordo di un sogno sbiadisce in tre respiri.

Torna a casa senza voltarti indietro al luogo del sonno. Se ti volti, il sogno si richiude.

Entra in casa dalla porta principale, non da altre. Se sei una donna, non entrare dalla porta di servizio: il sogno del bosco entra per la porta grande, perché è un sogno di cielo.

Raccogli i tuoi monili dal piatto di terracotta. L’acqua sarà torbida, il sale sciolto. Questo è segno che il sogno è stato preso.

Bevi un bicchiere di vino non mescolato, e mangia un pezzo di pane. Il sogno è entrato; ora va’ avanti.

Nota del ricostruttore (apparato)

La prescrizione del “non addormentarsi di propria volontà” è attestata nelle tradizioni di incubatio greca (cfr. Ippocrate, Περὶ ἐνυπνίων 86; Aristofane, Pluto 657–747; Filostrato, Vita Apollonii II 37) e costituisce un principio strutturale della pratica, comune a tutte le tradizioni di incubazione documentate.

La prescrizione di “tre generazioni” come distanza ottimale tra defunto e sognatore richiama la teoria romana dei Lares e dei Manes (cfr. Servio, Aen. III 63; Nonio, p. 138 Lindsay; e la discussione di F. Bömer, P. Ovidius Naso: Metamorphosen XII, 1969), trasposta sul piano oniromantico. La specificazione numerica è ricostruttiva.

*L’indicazione dell’albero fulminato come luogo di incubazione sacro a Veltune è una ricostruzione basata sull’attestazione ampia dell’*interpretatio Etrusca del fulmine in relazione alla sfera di Veltune (cfr. Plinio, NH II 138–139; Seneca, QNat. II 32–41), e sul ruolo dell’albero fulminato nel rituale etrusco-italico (cfr. G. Dumézil, Archaic Roman Religion II, 1970, pp. 528–534).


CAPITOLO II — Cibi e bevande del sogno

§ 1. La regola della mensa

Chi cerca sogno non mangi come chi non cerca. Il cibo apre porte o le chiude. Il sogno è visita: le porte devono essere aperte ma non spalancate, perché chi entra portando vento rovescia la casa.

Tre categorie di cibi sono distinte: i cibi che aprono, i cibi che chiudono, i cibi che velano.

§ 2. Cibi che aprono

Aglio crudo, mangiato a digiuno, in numero dispari (tre spicchi, o cinque, o sette). Apre le porte del sonno profondo. Usalo per i sogni del bosco sacro, dove si dorme di sonno-di-radice. Non usarlo per i sogni di soglia, dove si dorme di veglia.

Cipolla cruda, mangiata con miele e sale. Apre i passaggi tra i mondi. È cibo delle prostitute sacre e delle levatrici, perché queste vivono tra i mondi. Usalo per i sogni che riguardano nascite e morti.

Fava lessata, senza sale, mangiata al crepuscolo. Apre i passaggi tra i vivi e i morti. È il cibo dei Misteri, e non tutti la possono mangiare. Se non sei iniziato, non mangiarla: ti addormenterai, ma non ti risveglierai.

Acqua di sorgente, bevuta a digiuno, al tramonto. Apre i pori del corpo, e l’anima esce più facilmente. Non berla di fonte: prendila e portala a casa, perché l’acqua portata è acqua che ha già cambiato luogo, e il cambio di luogo apre il sonno.

§ 3. Cibi che chiudono

Latte cagliato, mangiato al mattino, con miele. Chiude le porte del sogno. È il cibo dei neonati, che ancora non sognano perché non hanno vissuto. Mangialo se vuoi un sonno senza visione: il sonno del malato, del febbricitante, del convalescente.

Miele puro, non diluito, in piccola quantità (un cucchiaio). Chiude le porte del ricordo: ciò che sogni non lo ricordi. Mangialo se vuoi un sogno che operi ma che non ti sia ricordato. È uso degli operatori che lavorano per conto di altri.

Pane di farro senza sale, mangiato alla sera, con olio. Chiude le porte del soffio, e il sonno è quieto. Mangialo se vuoi un sonno che non è incubazione ma riposo. È il pane ordinario della mensa, ed è anche il pane del sonno che non porta.

§ 4. Cibi che velano

Lenticchia nera, mangiata lessata, con alloro. Vela il sogno: il sogno c’è, ma non è decifrabile. Mangiala solo se sei stato costretto a incubare senza volere. È cibo di difesa.

Formaggio di pecora stagionato, mangiato in piccola quantità, con pane. Vela il ricordo del sogno, ma non il sogno. Mangialo se vuoi un sogno che operi ma che la tua mente cosciente ignori. È uso degli operatori che operano su sé stessi.

Vino non mescolato, bevuto in tre sorsi, al crepuscolo, prima del sonno. Vela la distinzione tra sogno e veglia, e tra te e il sognato. È bevanda pericolosa: non berla se non sei pratico, perché il sogno che nasce da essa è un sogno in cui tu entri, e da cui potresti non uscire.

§ 5. Cibi proibiti

Non mangiare carne di maiale la sera prima dell’incubazione. Il maiale è animale di Cerere-Demeter, e Cerere è signora della soglia tra i vivi e i morti, ma anche della soglia del parto: il maiale apre troppo, e il sogno che viene è parto e morte insieme, e non si distingue.

Non mangiare pesce di fiume, perché il pesce di fiume è pesce di acqua che scorre, e l’acqua che scorre porta via il sogno.

Non mangiare miele cotto, perché il miele cotto è miele che ha perduto la sua anima volatile.

§ 6. Il digiuno come cibo

Talvolta il cibo del sogno è il non-cibo. Digiuna dalla prima veglia del giorno precedente fino al tramonto. Poi bevi acqua, solo acqua, e distenditi.

Il sogno che nasce dal digiuno è sogno-leggero, e va decifrato con cura. Non è per gli inesperti: chi non sa distinguere il sogno-leggero dal delirio operi diversamente.

Il digiuno non è consigliato ai vecchi, ai bambini, alle donne in gravidanza o in allattamento, ai malati. Per costoro il sogno si chiede diversamente, o non si chiede.

§ 7. La mensa del ritorno

Al risveglio dall’incubazione, mangia in silenzio. Pane, olio, miele. Bevi acqua o vino annacquato.

Non parlare del sogno durante il pasto. Il sogno va detto solo a chi lo sa ascoltare, e durante il pasto la bocca è occupata dal cibo, non dalla parola.

Nota del ricostruttore (apparato)

La tripartizione “apre / chiude / vela” è una ricostruzione tipologica basata sulla logica interna della pratica oniromantica, attestata strutturalmente in altre tradizioni (cfr. Artemidoro, Oneirocritica I 3, sulla classificazione dei sogni; e la tradizione ayurvedica dei nidra-āhāra ). L’attribuzione specifica al mondo etrusco è analogica.

L’associazione della fava ai Misteri e il divieto della stessa per i non iniziati richiamano strutturalmente la prescrizione pitagorica del divieto delle fave (Diogene Laerzio, VIII 24, 34; Porfirio, VP 44), che ha una lunga tradizione di collegamento con l’orfismo e con il mondo dei morti (cfr. la laminetta aurea di Hipponion, OF 474 Bernabé). L’etnicizzazione del tabù al contesto etrusco è proposta per analogia con la presenza orfico-dionisiaca in area tirrenica del VI–V sec. a.C.

L’indicazione del maiale come “animale di Cerere” è qui un anacronismo funzionale: nel contesto italico arcaico la divinità femminile del grano e della soglia sarebbe più probabilmente identificata con figure di tipo Uni o con la Mater Matuta, ma la funzione “apre troppo” è strutturalmente coerente con l’attestazione romana del maiale come animale ctonio-ctonio di confine (cfr. Fest., p. 358 Lindsay; Varro, Rust. II 4, 10).


CAPITOLO III — Interpretazione dei sogni

§ 1. La regola dell’interpretazione

Non ogni sogno è messaggio. Non ogni visione è inviata. Non ogni incubazione porta frutto.

Il sogno che porta ha tre segni:

  1. È ricordato nitidamente al risveglio.
  2. Si presenta come azione compiuta, non come sequenza: chi sogna si trova nel mezzo del fatto, non lo osserva da fuori.
  3. Porta con sé un segno di verità che si manifesta al desto.

Il sogno che non porta ha tre segni:

  1. È dimenticato in poche ore, anche se al risveglio pareva nitido.
  2. Si presenta come spettacolo osservato: chi sogna vede sé stesso dall’alto, o da lontano, o attraverso un vetro.
  3. Non lascia traccia al desto: la giornata scorre come se il sogno non fosse stato.

§ 2. I segni di verità

Quando ti svegli da un sogno che porta, guarda intorno. Se uno di questi segni è presente, il sogno è vero.

Il fuoco arde in modo anomalo: o più alto del solito, o più chiaro, o con fiamma verde o azzurra. La fiamma azzurra è segno di Veltune.

L’acqua del bicchiere è torbida, anche se era limpida la sera. Segno che il morto ha toccato.

Il sale si è sciolto nel piatto dei monili. Segno che il sogno è passato.

Un animale domestico ha cambiato comportamento: il cane guaisce senza causa; il gatto fissa un angolo vuoto; la gallina ha cantato fuori ora. Segno che il sogno è stato visto anche da chi non sogna.

Un odore insolito nella stanza: di terra bagnata, di incenso, di fiori che non sono nella stanza. Segno che qualcuno è passato.

Un oggetto è stato spostato: una scarpa, una fibula, un panno. Segno che il defunto ha toccato le cose dei vivi.

§ 3. I segni di falso

Quando ti svegli e manca il ricordo, anche se il sogno era nitido, è segno che il sogno è stato cancellato dagli dèi, perché non era per te.

Quando ti svegli e sei stanco come se non avessi dormito, è segno che il sogno è stato rubato da un altro sognatore, o dalla larva che passa.

Quando ti svegli con la sensazione di essere osservato durante il sonno, è segno che hai sognato in un luogo dove qualcuno vegliava, e questi ti ha tolto il sogno.

Quando ti svegli con un dolore al petto, è segno che hai dormito in un luogo dove un defunto è passato di fresco, e questi ti ha sfiorato l’anima. Non è sogno, è tocco, e va onorato con un’offerta.

§ 4. I sogni che obbligano

Alcuni sogni obbligano l’operatore all’azione. Sono sogni in cui il defunto chiede qualcosa, o il dio comanda qualcosa, o l’antenato mostra un luogo.

Se il morto chiede un’offerta: offri entro tre giorni. Non offrire ciò che ti pare, ma ciò che il morto ha mostrato in sogno. Se ha mostrato una moneta, offri quella moneta. Se ha mostrato un fiore, offri quel fiore. Se non hai ciò che ha mostrato, offri il suo equivalente più umile: una moneta vale una moneta, anche se è di rame invece che di bronzo.

Se il morto chiede di essere ricordato: accendi una lucerna alla sua tomba, di notte, in una notte senza luna. Non di giorno: il ricordo dei morti è cosa di buio.

Se il morto chiede perdono: digiuna un giorno, e versa acqua alla sua tomba. Non vino: il perdono è cosa umile.

Se il dio comanda: ubbidisci, ma chiedi conferma. Il sogno del dio è il più forte, ma anche il più facile a fingersi. Un sogno divino che non chiede conferma è segno che il sognatore è stato ingannato. Chiedi conferma con un secondo sogno, nello stesso luogo, dopo tre giorni. Se il secondo sogno ripete il comando, è vero.

Se l’antenato mostra un luogo: recati in quel luogo, di giorno, non di notte. Guarda, e ricorda. Il luogo mostrato sarà il luogo della tua morte, o il luogo di una ricchezza, o il luogo di un incontro. Impara a distinguere:*

  • Se l’antenato ti precede nel luogo, è segno di morte.
  • Se l’antenato ti indica una pietra o un albero, è segno di ricchezza.
  • Se l’antenato ti presenta a qualcuno, è segno di incontro fatale.

§ 5. I sogni che non si dicono

Tre sogni non si dicono ad alcuno, né al coniuge, né al padre, né al sacerdote.

Il sogno della propria morte: non perché sarebbe di cattivo augurio, ma perché la parola che lo dice lo fissa, e tu potresti morire solo perché hai detto che morirai.

Il sogno del proprio tradimento: anche se ti vedi tradire da chi ami, non dirlo. Se lo dici, il tradimento si compie per forza della parola.

Il sogno del dio che si manifesta in forma non divina: il dio è libero di manifestarsi come vuole; la parola che lo inchioda alla forma è parola che lo limita, e il dio limitato si vendica.

§ 6. I sogni che si dicono

Tre sogni si dicono, e solo a chi li sa ascoltare.

Il sogno del morto che chiede: dillo al nethśr della tua famiglia, perché solo lui può fare l’offerta in tuo nome.

Il sogno della malattia: dillo al medico di famiglia, ma solo se il medico è anche operatore, perché i sogni delle malattie richiedono doppia lettura.

Il sogno del campo, della casa, del denaro: dillo alla moglie, o al marito, o al figlio primogenito, perché i sogni delle cose domestiche riguardano la casa intera.

§ 7. La decifrazione dei simboli

Alcuni simboli ricorrono nei sogni degli Etruschi. Non è possibile elencarli tutti, perché ogni sognatore ha i suoi. Tuttavia i seguenti sono comuni:

Acqua corrente: tempo che passa, o vita che scorre via, o parola che non torna.

Acqua ferma: pensiero fisso, o rancore, o donna incinta.

Fuoco: lite, o passione, o purificazione che viene.

Serpente: parola nascosta, o tradimento, o denaro che si trova.

Cavallo: viaggio, o messaggero, o uomo che verrà.

Cane: fedele, o guardiano, o morte che bussa.

Asino: pazienza, o fatica, o uomo semplice che porta aiuto.

Toro: forza, o lite giudiziaria, o uomo ricco e pericoloso.

Lupo: nemico che viene di nascosto, o uomo di altra stirpe che si finge amico.

Civetta: morte che precede, o donna che muore di parto, o defunto che ancora non sa di essere morto.

Chiave: segreto che si apre, o parola che si scioglie, o donna che si concede.

Spada: lite, o separazione, o giudizio.

Specchio: anima, o vanità, o persona che hai perduto.

Volo: anima che esce dal corpo, o viaggio che si compie, o pensiero che va troppo in alto.

Caduta: disonore, o malattia, o cambiamento che non si può evitare.

Bambino che piange: nascita che si annuncia, o morte che si avvicina, o dolore che non ha ancora forma.

Donna che tace: cosa che si prepara in segreto, o accordo che si stringe, o tradimento.

Uomo che ride: cosa che si rivelerà beffa, o persona che ha deciso e non si pente.

Casa che crolla: famiglia che si disfa, o fortuna che si perde, o morte del capoccia.

Strada diritta: vita che prosegue, o sentiero che porta al destino.

Strada tortuosa: inganno, o malattia lunga, o processo che si arena.

Due vie: scelta, o bivio della vita, o matrimonio che si propone.

§ 8. La tavola delle inversioni

Alcuni simboli si presentano rovesciati nel sogno. L’interpretazione del rovescio è la più difficile, e richiede un operatore esperto.

Acqua che scorre in su: lacrime che non si verseranno, o vita che si ritorce.

Fuoco che brucia in giù: lite che si spegne da sola, o passione che si consuma.

Cane che abbaia in silenzio: pericolo che si avvicina senza rumore, o morte improvvisa.

Uomo che parla al rovescio: cosa che si nasconde, o verità che non si dice.

Specchio che non riflette: anima che se ne va, o persona che ha venduto la propria immagine.

Soldi che si contano e non aumentano mai: ricchezza che si perde, o debito che cresce.

Tomba che si apre: segreto che si rivela, o morte che ancora non è compiuta.

Sole che si spegne: sciagura pubblica, o mutamento di saeculum, o fine di una stagione della stirpe.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il capitolo sull’interpretazione è la parte più largamente ricostruttiva del libro. La tavola dei simboli richiama strutturalmente il sistema simbolico di Artemidoro (II sec. d.C.), di cui condivide la logica di base (analogia, inversione, contesto). Tuttavia:

— La lista dei simboli qui proposta è costruita per analogia con i bestiari e i lessici simbolici attestati nell’area italica (Plauto, Asin. 693; Properzio, IV 1; Orazio, Sat. II 8), e con le credenze etrusco-italiche attestate sui bronzetti e sui corredi (cfr. M. Cristofani, in StEtr 47, 1979).

— La “tavola delle inversioni” richiama strutturalmente le tecniche di decifrazione dei “sogni al rovescio” attestate nella letteratura oracolare mesopotamica (Zaqīqu) e nella tradizione oniromantica egiziana del Libro dei sogni demotico (ed. Pestman). L’attribuzione specifica al mondo etrusco è analogica.

— La prescrizione della “conferma del sogno divino” richiama il principio della doppia attestazione, attestato in area greca (Ippocrate, Περὶ ἐνυπνίων 86: il sogno che si ripete è sogno vero) e nella tradizione biblica (Genesi 41, il sogno del faraone ripetuto).

— La classificazione “sogni che si dicono / sogni che non si dicono” è attestata in termini generali in quasi tutte le tradizioni oniromantiche documentate; la specificazione ternaria qui proposta è ricostruttiva.


CAPITOLO IV — I tempi del sogno

§ 1. Le ore della notte

La notte ha tre veglie, e ciascuna ha il suo dio, e ciascun dio porta i suoi sogni.

Prima veglia, dal tramonto a mezzanotte. Sotto il segno di Vanth, che pesa. I sogni della prima veglia sono sogni del passato, di ciò che fu, e che ritorna per essere visto. Sono i sogni della memoria, dei morti che rivedono. Chi sogna in questa veglia vede cose che ha già visto, o persone che ha già conosciuto.

Seconda veglia, da mezzanotte al canto del gallo. Sotto il segno di Charun, che marca. I sogni della seconda veglia sono sogni del presente, di ciò che accade in questo momento, in un’altra casa, in un’altra vita. Sono i sogni dell’azione, dei vivi che operano. Chi sogna in questa veglia vede cose che accadono mentre lui sogna.

Terza veglia, dal canto del gallo all’alba. Sotto il segno di Tuchulcha, che è demonessa con la lingua di serpente. I sogni della terza veglia sono sogni del futuro, di ciò che sarà, e che si mostra solo a chi è in grado di sostenerlo. Sono i sogni del presagio, dei destini che si scrivono. Chi sogna in questa veglia vede cose che saranno.

§ 2. Quale sogno cercare

Non cercare il sogno del futuro se non sei in grado di sostenerlo. Il sogno del futuro è il più pericoloso, perché ciò che si vede non si può non aver visto.

Chi cerca messaggio dagli antenati, dorma nella prima veglia.

Chi cerca messaggio del focolare, dorma nella seconda.

Chi cerca presagio, dorma nella terza, ma solo se è esperto, o sotto la guida di un operatore più antico.

§ 3. I giorni del sogno

Non ogni giorno è adatto all’incubazione.

Giorni fausti: il terzo giorno dopo il novilunio, il settimo dopo il plenilunio, il nono giorno di ogni mese (per i sogni dei morti), il giorno di Giove (per i sogni del cielo).

Giorni infausti: il giorno della luna nuova (sogno confuso), il giorno della luna piena (sogno troppo forte, che opprime), il primo giorno del mese (sogno vuoto), i giorni parentali (sogno dei Mani, che è troppo denso e travolge).

§ 4. La luna e il sogno

La luna influenza il sogno per tre vie.

Per la luce: la luna piena illumina, e il sogno è chiaro ma volatile; la luna nuova oscura, e il sogno è denso ma durevole.

Per il peso: la luna crescente pesa meno, e il sogno è leggero e veloce; la luna calante pesa di più, e il sogno è lento ma radicato.

Per la fase: il primo quarto è tempo di sogni che cominciano; l’ultimo quarto è tempo di sogni che finiscono.

Chi cerca sogno che si compia subito incubi in luna crescente. Chi cerca sogno che duri incubi in luna calante.

§ 5. Le stagioni

Primavera: tempo di incubazione per i sogni della vita, della nascita, del matrimonio. I sogni di primavera sono sogni d’acqua e di verde.

Estate: tempo di incubazione per i sogni del fuoco, della lite, della passione. I sogni d’estate sono sogni di sudore e di lampo.

Autunno: tempo di incubazione per i sogni del raccolto, del debito, del cambio. I sogni d’autunno sono sogni di frutto e di marcia.

Inverno: tempo di incubazione per i sogni dei morti, del passato, del silenzio. I sogni d’inverno sono sogni di gelo e di sonno lungo. Solo in inverno è possibile sognare i morti antichi, perché la terra è chiusa e i morti sono più vicini.

§ 6. L’anno delle saecula

Gli Etruschi divisero il tempo in saecula, e ciascun saeculum ha il suo sogno.

Nel primo saeculum, l’uomo sogna gli dèi.
Nel secondo saeculum, l’uomo sogna la terra.
Nel terzo saeculum, l’uomo sogna gli altri uomini.
Nel quarto saeculum, l’uomo sogna sé stesso.
Nel quinto saeculum, l’uomo non sogna più.

Chi vuole sapere in quale saeculum vive non lo saprà da solo. Lo saprà dal sacerdote di Veltune, o dal nethśr della propria gente.

Nota del ricostruttore (apparato)

La tripartizione delle veglie è attestata strutturalmente nella tradizione romana (cfr. la divisione della notte in concubia, intempesta, gallicinium in Macrobio, Sat. I 3, e Servio, Aen. VIII 407). L’attribuzione a Vanth, Charun e Tuchulcha è una ricostruzione basata sulle funzioni documentate: Vanth è attestata come psicopompa e “pesatrice” (cfr. i sarcofagi chiusini e tarquiniesi del IV–III sec. a.C.), Charun come accompagnatore dei morti con martello (cfr. le pitture della Tomba François, tombe di Orvieto), Tuchulcha come demonessa serpentiforme (Tomba degli Auguri, Tomba dell’Orco I a Tarquinia).

La teoria dei saecula è attestata da Varrone (apud Censor., DN 17, 2–6) e da Lattanzio ( Div. inst. VII 15), ma è di complessa interpretazione filologica. L’attribuzione di una funzione oniromantica ai saecula è qui proposta come ricostruzione coerente con la logica interna del sistema etrusco di periodizzazione del tempo, ma non è attestata direttamente.

Le prescrizioni stagionali richiamano strutturalmente le tradizioni di incubazione calendariale attestate in area mesopotamica (il calendario neoassiro dei sogni) ed egiziana (il calendario dei giorni fausti e infausti del Cairo Calendar demotico). L’attribuzione specifica alla manualistica etrusca è analogica.


CAPITOLO V — I sogni speciali

§ 1. Il sogno della propria morte

Il sogno della propria morte è il sogno che non si cerca. Viene, e bisogna saperlo portare.

Quando sogni la tua morte in forma di morte per acqua, o per fuoco, o per spada, o per caduta, o per malattia, sappi che la morte è lontana ancora. Il sogno della morte premonitrice è sogno per immagine, non per azione: tu sei nella bara, ma non sei morto.

Quando sogni la tua morte in forma di morte per abbandono — ti svegli e nessuno ti riconosce, o cammini tra estranei, o la tua casa è vuota — allora la morte è vicina, e il sogno ti è dato perché tu possa prepararti.

Quando sogni la tua morte in forma di morte per ritorno — sei già morto, e cammini tra i morti, e i morti ti accolgono, e poi torni — allora la morte è vicinissima, e il sogno ti è dato perché tu sappia che il tempo è breve. Non più di tre mesi, talvolta non più di tre settimane.

§ 2. Il sogno del defunto che torna

Quando il defunto torna in sogno, riconoscerlo è facile: il volto è come lo ricordavi, ma più chiaro, e i lineamenti sono fissi, e gli occhi non battono.

Tre sono i motivi per cui il defunto torna.

Perché chiede: il defunto ha bisogno di un’offerta, di un ricordo, di un compimento che in vita non ha potuto fare. Compi ciò che il sogno mostra.

Perché vuole avvertire: il defunto ha visto qualcosa che i vivi non hanno ancora visto, e torna per avvertirli. Ascolta, e ricorda, e opera.

Perché non riesce a restare: il defunto è ancora legato alla terra, non ha varcato la soglia, e torna di notte perché di giorno la luce lo brucia. In questo caso il sogno si ripete, e l’operatore deve intervenire: offrire alla tomba, parlare col nethśr, o compiere il rito del commiato.

§ 3. Il sogno della nascita

Quando una donna incinta sogna un bambino che le viene offerto da una figura di donna (madre, suocera, sorella maggiore, o da una sconosciuta vestita di bianco), il bambino nascerà.

Quando sogna un bambino che le viene tolto, il parto sarà difficile.

Quando sogna sé stessa bambina, la memoria di una vita passata torna in lei. Non dirlo: il ricordo di vite passate è peso che le donne incinte non devono portare.

§ 4. Il sogno del campo

Quando l’agricoltore sogna il campo verde in tempo di siccità, il campo avrà acqua.

Quando sogna il campo giallo in tempo di pioggia, il campo avrà sole.

Quando sogna il campo nero di notte, il campo ha bisogno di lavoro, e l’agricoltore deve arare entro tre giorni.

Quando sogna animali che pascolano sul campo, il campo è benedetto; quando sogna animali che scavano, il campo è maledetto.

§ 5. Il sogno della casa

Quando sogni la tua casa in ordine, la casa è in pace, e i Lari sono contenti.

Quando sogni la tua casa in disordine, i Lari sono disturbati; offri al focolare entro tre giorni.

Quando sogni una porta della tua casa che non si apre, qualcuno che non deve entrare sta cercando di entrare. Metti un chiodo di ferro sopra la soglia.

Quando sogni una porta che non si chiude, qualcuno che deve restare sta cercando di andarsene. Chiama per nome, ad alta voce, al risveglio.

Quando sogni il tetto della tua casa che perde, c’è un lutto in arrivo. Purifica la casa con acqua e alloro.

§ 6. Il sogno del fuoco

Quando sogni il fuoco del focolare che arde alto e chiaro, il Lar è contento.

Quando sogni il fuoco che fuma, c’è lite in casa; non accendere il fuoco per tre giorni.

Quando sogni il fuoco che si spegne da solo, un membro della famiglia sta per morire, o partire.

Quando sogni il fuoco che si moltiplica in più focolari, la famiglia si dividerà, o si allargherà.

§ 7. Il sogno dell’acqua

Quando sogni acqua corrente chiara, il tempo è propizio per le decisioni.

Quando sogni acqua corrente torbida, il tempo porta liti.

Quando sogni acqua ferma, c’è un pensiero che si è fermato in te; risolvilo.

Quando sogni acqua che sale, c’è un pericolo che cresce.

Quando sogni acqua che scende, c’è un pericolo che passa.

Quando sogni di bere, ciò che desideri si avvera, ma a costo di qualcos’altro.

§ 8. Il sogno dei figli

Quando sogni tuo figlio piccolo che gioca, il figlio è in pace.

Quando sogni tuo figlio piccolo che piange, il figlio è malato; visita il letto di lui entro tre giorni.

Quando sogni tuo figlio adulto che torna a casa, sta per tornare davvero.

Quando sogni tuo figlio adulto che parte e non si volta, sta per partire e non tornerà.

§ 9. Il sogno degli animali

Il cane che sogni abbaiare è segno di fedeltà che si manifesta.

Il cane che sogni in silenzio è segno di tradimento che si prepara.

Il gatto che sogni accovacciato è segno di donna che custodisce segreto.

Il gatto che sogni che fugge è segno di donna che tradisce.

Il cavallo che sogni che corre è segno di uomo che viene con urgenza.

Il cavallo che sogni che cade è segno di uomo che fallirà.

Il serpente che sogni che esce da terra è segno di denaro che si trova.

Il serpente che sogni che entra in casa è segno di tradimento in casa.

Il maiale che sogni che mangia è segno di ricchezza che cresce.

Il maiale che sogni che scava è segno di lite giudiziaria.

§ 10. Il sogno degli dèi

Quando sogni Veltune come uomo giovane, ti è dato un tempo nuovo. Quando lo sogni come vecchio, il tempo corrente si chiude.

Quando sogni Tinia come figura di cielo con fulmine in mano, non osare; svegliati e offri incenso.

Quando sogni Uni come figura di donna che fila, il destino si sta tessendo per te, e il filo è buono se il filo è bianco, è cattivo se è nero.

Quando sogni Menrva come figura armata, preparati a combattere.

Quando sogni Charun come figura che batte il suolo col martello, qualcuno morirà presto; non dirlo.

Quando sogni Vanth come figura di donna con le ali, un morto ha bisogno di te.

Quando sogni un dio che non conosci, il sogno è falso, o il dio è di un altro popolo. Non rispondere, non parlare, non impegnarti.

§ 11. I sogni che operano

Alcuni sogni, una volta ricordati, operano da soli, senza che l’operatore debba agire. Sono i sogni-compiuti, e sono rari.

Riconoscerli: al risveglio, sai con certezza che il sogno ha operato. Non c’è dubbio in te. La tua mano è diversa, il tuo passo è diverso, il tuo sguardo è diverso.

Non parlare di un sogno-compiuto se non vuoi scioglierlo. Parlare scioglie.

Non cercare un sogno-compiuto. Esso viene, o non viene.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il capitolo sui “sogni speciali” è interamente ricostruttivo nella forma, ma i singoli nuclei sono coerenti con le tradizioni oniromantiche documentate:

— Il “sogno della propria morte” richiama la classificazione artemidorea dei sogni di morte (Artemidoro, II 49, e la tradizione dei κληδόνες greci).

— La prescrizione che il defunto torni “con il volto come lo ricordavi, ma più chiaro” è attestata nella tradizione orfica delle laminette auree (OF 474 Bernabé, e le varianti di Turi, Entella, Petelia), dove il defunto è descritto come “dalla luce bella” e “dal volto fisso”.

*— Il sogno della donna incinta è attestato strutturalmente nella tradizione ippocratica (*Περὶ ἐνυπνίων 86–88) e nella tradizione romana dei somnia di maternità.

— Le “prescrizioni agricole” richiamano strutturalmente il calendario brontoscopico dell’ Ostentarium Tuscum (cfr. Nigidio Figulo, in fr. 108 Swoboda) e le indicazioni di Varrone ( Rust. I 37).

— La sezione sui sogni degli dèi è una ricostruzione basata sulle funzioni documentate delle divinità etrusche (Tinia come dio del cielo e del fulmine, cfr. le lamine di Pyrgi; Uni come figura materna, cfr. il rilievo di Castello di Donoratico; Menrva come dea della guerra e della sapienza, cfr. i bronzetti di Cortona; Charun come psicopompo, cfr. le pitture tarquiniesi; Vanth come accompagnatrice dei morti, cfr. i sarcofagi chiusini). La sistematizzazione oniromantica è proposta come coerente con la logica interna del pantheon.

— La sezione sui “sogni che operano” richiama strutturalmente la categoria platonica del sogno-vero e la tradizione aristotelica del sogno-oracle (Aristotele, De divinatione per somnum 463a 5–30).


CAPITOLO VI — La tavola dei sogni veri e dei sogni falsi

§ 1. La tavola riassuntiva

La tavola che segue raccoglie i sogni che, secondo la tradizione ricostruita, sono stati attestati come veri (contrassegnati con V) o come falsi (contrassegnati con F). Le indicazioni non sono universali, ma particolari a condizioni di tempo, di luogo e di operatore.

Sogni del fuoco:

  • Fuoco chiaro e fermo: V — pace del focolare.
  • Fuoco con fiamma azzurra: V — presenza di Veltune.
  • Fuoco che esce dal focolare: V — lite in casa.
  • Fuoco che si moltiplica in più focolari: V — divisione familiare.
  • Fuoco che fuma: F — confusione dell’operatore.
  • Fuoco che non si accende: F — opera non ancora compiuta.

Sogni dell’acqua:

  • Acqua corrente chiara: V — decisione che si prende.
  • Acqua corrente torbida: V — lite che viene.
  • Acqua ferma: V — pensiero fermato.
  • Acqua che sale: V — pericolo che cresce.
  • Acqua che scende: V — pericolo che passa.
  • Bere da una coppa piena: V — desiderio che si avvera.
  • Bere da una coppa vuota: F — illusione.
  • Attraversare un fiume a guado: V — passaggio di condizione.
  • Affogare: V — cambiamento che travolge.
  • Annegare e risorgere: V — morte e rinascita.

Sogni del serpente:

  • Serpente che esce da terra: V — denaro che si trova.
  • Serpente che entra in casa: V — tradimento in casa.
  • Serpente che si avvolge su un albero: V — parola che si nasconde.
  • Serpente che morde: V — lite che si compie.
  • Serpente ucciso: V — nemico vinto.
  • Serpente che si muta in uomo: F — inganno dei sensi.

Sogni del cavallo:

  • Cavallo che corre: V — uomo che viene con urgenza.
  • Cavallo che cade: V — uomo che fallisce.
  • Cavallo bianco: V — messaggero di buone notizie.
  • Cavallo nero: V — messaggero di cattive notizie.
  • Cavallo che si impenna: F — ansia dell’operatore.
  • Cavallo senza cavaliere: F — opera non ancora diretta.

Sogni della porta:

  • Porta che si apre: V — qualcuno entra.
  • Porta che si chiude: V — qualcuno esce.
  • Porta che non si apre: V — qualcuno che non deve entrare sta cercando di entrare.
  • Porta che non si chiude: V — qualcuno che deve restare sta cercando di andarsene.
  • Porta che cigola di notte: V — passaggio di defunto.
  • Porta abbattuta: V — sciagura.

Sogni del bambino:

  • Bambino che ride: V — gioia che viene.
  • Bambino che piange: V — dolore che prende forma.
  • Bambino che cammina: V — cosa che si avvia.
  • Bambino in fasce: V — cosa che è ancora chiusa.
  • Bambino che nasce: V — inizio.
  • Bambino che muore: V — fine di una cosa, o lutto in arrivo.

Sogni della morte:

  • Vedere un morto: V — messaggio del morto.
  • Essere un morto: V — morte che si avvicina.
  • Parlare con un morto: V — patto o avvertimento.
  • Toccare un morto: V — legame che permane.
  • Seppellire un morto: V — fine che si compie.
  • Scoprire una tomba: V — segreto che si rivela.
  • Camminare tra i morti: V — presagio.
  • Tornare dai morti: V — tempo breve.

§ 2. Le eccezioni

La tavola vale per l’operatore medio, in condizioni normali, nel proprio letto o in incubazione controllata.

Non vale per:

  • L’operatore sotto effetto di vino.
  • L’operatore sotto effetto di malattia.
  • L’operatore sotto effetto di passione amorosa.
  • L’operatore in stato di lutto fresco.
  • L’operatore sotto effetto di digiuno prolungato.

Per costoro i sogni richiedono decifrazione speciale, che esula dal presente libro.

§ 3. I sogni doppi

Alcuni sogni sono doppi: si presentano come due scene, o come due interpretazioni opposte, o come due tempi diversi.

Il sogno doppio richiede che l’operatore scelga. La scelta va fatta con atto semplice: il primo pensiero al risveglio, non il secondo. Il secondo pensiero è già riflessione, e la riflessione è nemica del sogno.

Se il primo pensiero è confuso, il sogno doppio va incubato di nuovo, nella notte successiva, per sciogliere la duplicità.

Nota del ricostruttore (apparato)

La tavola dei sogni veri e falsi è costruita per analogia con la tavola di Artemidoro (I 4–II 70), ma è qui ridotta a una forma più sintetica e adattata alla situazione culturale ricostruita. La distinzione “vero / falso” è attestata strutturalmente in tutte le tradizioni oniromantiche documentate (cfr. la tradizione egiziana del “Libro dei sogni” ramesside, ed. Gardiner; e la tradizione babilonese del Zaqīqu*).*

Le “eccezioni” richiamano strutturalmente la discussione aristotelica sulla genesi dei sogni (Aristotele, De divinatione per somnum *460b 5–463b 12), e le riserve di Plinio (*NH X 198–200) sui sogni sotto effetto di vino, di cibo, o di malattia.


CAPITOLO VII — La custodia del sogno

§ 1. La scrittura del sogno

Il sogno che porta va scritto subito, al risveglio. Non va dettato, non va raccontato: va scritto.

La scrittura sia su una tavoletta di legno di pioppo, non di quercia, non di fico. Il pioppo è albero dei sentieri e dei morti, e accoglie la parola che viene dal sonno.

Scrivi con carbone, non con inchiostro. Il carbone è nero e volatile, come il sogno; l’inchiostro è fisso, e fissa ciò che va lasciato andare.

Scrivi in silenzio, in piedi, alla finestra. Non seduto: il sogno è in piedi.

Scrivi i sogni in ordine di tempo, non di importanza. L’ordine di importanza è decifrazione; l’ordine di tempo è custodia.

§ 2. La conservazione della tavoletta

La tavoletta del sogno va conservata in un cassetto di legno di noce, chiuso con un chiodo di ferro. Il noce è legno del sonno e della memoria.

Non conservare la tavoletta nel campo: il campo è fuori, e i sogni sono di dentro.

Non conservare la tavoletta presso il fuoco: il fuoco consuma.

Conservala presso il letto, sotto il cuscino, o in una cassapanca di camera.

Ogni tre mesi, rileggi le tavolette. I sogni che si sono compiuti vanno bruciati. I sogni che non si sono compiuti restano, e potranno compiersi.

I sogni che si sono compiuti al rovescio (sogni di gioia che portano lutto, sogni di lutto che portano gioia) vanno conservati a lungo, perché sono i più rari e i più utili.

§ 3. La consegna del sogno

Alcuni sogni vanno consegnati al nethśr della famiglia, o al sacerdote di Veltune. Sono i sogni che riguardano la stirpe, il campo, la casa, la morte.

La consegna si fa di persona, alla luce del giorno, non di notte. Il nethśr riceve la tavoletta, la legge, la riconsegna. Poi la tavoletta torna all’operatore, che la conserva.

Il nethśr non può raccontare il sogno a terzi. Se lo racconta, perde il diritto di riceverne altri.

§ 4. L’oblio del sogno

Alcuni sogni vanno dimenticati, anche se ricordati. Sono i sogni che hanno operato, e che ora sono esausti, e i sogni che sono stati sbagliati, e che vanno perduti perché altrimenti imputridiscono.

Per dimenticare un sogno, brucialo. Non alla fiamma viva, ma alla brace coperta, di notte, fuori dalla porta di casa. Il fumo porta via il sogno.

Mentre brucia, dì:

Sogno che fosti, cenere che sei.

Non guardare la brace. Non guardare le ceneri. Rientra in casa.

§ 5. La trasmissione del sogno

Alcuni sogni si trasmettono: un padre al figlio, una madre alla figlia, un maestro all’allievo. La trasmissione è di parola e di tavoletta.

La tavoletta del padre passa al figlio primogenito alla morte del padre. Il figlio la custodisce, e la legge, e a volte la compie.

I sogni non si vendono, non si barattano, non si prestano. Il sogno prestato è sogno perduto.

I sogni si trasmettono solo per linea di sangue o per linea di apprendistato. Non per amicizia, non per amore, non per denaro.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il capitolo sulla custodia del sogno è interamente ricostruttivo nella forma, ma coerente con le pratiche di memorizzazione tecnica attestate nel mondo antico:

— L’uso di tavolette di legno per la registrazione di testi tecnici è ampiamente attestato in area etrusca (cfr. le tavolette cerate e lignee di area tirrenica, anche se la documentazione superstite è limitata alle lamine di piombo e ai bronzi).

— La prescrizione del carbone è coerente con l’uso documentato del carbone come strumento di scrittura provvisoria o cancellabile (cfr. le “tabulae ceratae” latine, e la pratica scrittoria greca di “scrivere a carbone” per le cose da cancellare).

— La figura del nethśr come custode dei sogni di famiglia è ricostruttiva, basata sull’attestazione dei nethsrac come specialisti della divinazione etrusca (cfr. Livio, V 15, 7; Plinio, NH XI 103). L’attribuzione specifica della funzione di custode dei sogni è proposta per analogia con la funzione di “sacerdote della memoria familiare” attestata in altre tradizioni.


CAPITOLO VIII — Del silenzio dopo il sogno

§ 1. La regola del silenzio

Dopo un sogno che porta, osserva il silenzio.

Il silenzio dura dall’alba del giorno dopo il sogno fino al tramonto del giorno stesso. Durante questo tempo, non parlare del sogno, non parlare della tua visione, non parlare del dio che hai visto, non parlare del morto che ti è apparso.

Non parlare a nessuno, tranne che al nethśr, se la consegna è obbligatoria.

Non scrivere durante il silenzio, tranne che sulla tavoletta di custodia, che è cosa diversa.

Non cantare, non suonare, non fischiare. Il silenzio è anche di musica.

§ 2. La funzione del silenzio

Il silenzio serve a tre fini.

Il primo è che la parola che esce dalla bocca dopo il sogno è parola che dissolve il sogno. Il sogno è cosa di bocca chiusa; la parola lo scioglie.

Il secondo è che durante il silenzio il sogno si radica nel corpo. Il sogno, appena fatto, è cosa di anima, ed è volatile. Il silenzio lo fa discendere nel sangue, dove si radica.

Il terzo è che il silenzio è segno di rispetto verso chi ha parlato nel sogno. Il dio che si è manifestato non ama essere nominato subito; il morto che è tornato non ama essere richiamato a voce; il presagio non ama essere ancora fissato.

§ 3. Il pasto del silenzio

Mangia in silenzio il pasto che segue il sogno. Pane, olio, miele. Bevi acqua.

Non bere vino. Il vino scioglie la lingua, e la lingua scioglie il sogno.

Non offrire cibo ad altri durante il silenzio. L’offerta è parola, e la parola scioglie.

§ 4. La rottura del silenzio

Il silenzio si rompe al tramonto del giorno del sogno, con un gesto.

Siedi sulla soglia, volti a occidente. Prendi un chicco di sale e uno di farro. Mangiali insieme, lentamente.

Poi dì:

Sogno che fosti, parola che sei, silenzio che ero. Ritorna, e io ti serberò.

Il sogno è ora tuo, custodito, e tu sei tornato al mondo della parola.

§ 5. Il silenzio infranto

Se rompi il silenzio prima del tramonto, il sogno si scioglie. Non si può ricomporre.

Se rompi il silenzio per necessità (un morto in casa, un pericolo, un dovere di stirpe), osserva un nuovo silenzio di tre giorni, durante i quali il sogno sarà sospeso, e non radicato. Al quarto giorno, riprendi il rito del tramonto.

LIBRO QUINTO — DELL’ARTE DEL FOCOLARE

(Della salute della stirpe, della custodia dei Penati e della pace della casa)


Capitolo I — Del Lar (Della fabbricazione, collocazione e culto del guardiano)

§ 1. Della materia del Lar

Il Lar domestico non deve essere comprato al mercato da mercanti girovaghi: deve nascere dalle mani di chi possiede la casa o del servo più anziano nato dentro le mura (verna).

Usa legno di fico maschio, o di leccio cresciuto sul confine della terra di famiglia. Se usi metallo, sia bronzo fuso con piombo antico di tetto; non usare mai stagno puro né ferro, che recidono la benevolenza dello spirito.

La statua non superi la spanna di un uomo adulto. Sia intagliata nuda o con corta tunica cinta alta sui fianchi, sollevata come chi è sempre pronto a balzare in piedi. Nella mano destra rechi un corno per versare (rhyton), nella sinistra una coppa piatta (patera). Se il legno si fende mentre lo intagli, gettalo nel forno e ricomincia: il Lar non accetta membra spaccate.

§ 2. Della sede e del respiro del fumo

Poni il Lar sopra una mensola di pietra calcarea non lisciata, a levante del focolare (ath), a un’altezza tale che il fumo delle ceneri lo tocchi senza annerirne del tutto gli occhi.

Il Lar deve guardare la porta di casa, non il letto, né la tavola dove si mangia: il suo compito è vigilare sulla soglia interiore. Se la casa non ha atrio con apertura al cielo, pratica un foro nella parete dietro la statua grande quanto una noce, affinché lo spirito possa uscire di notte e tornare prima del canto del gallo.

Non muovere mai il Lar dalla sua mensola, se non per tre cause:

  • Quando la casa viene rifatta da fondamenta;
  • Quando muore l’ultimo maschio della stirpe;
  • Quando la casa brucia (e in quel caso deve essere la prima cosa portata fuori, prima del grano e dell’oro).
§ 3. Del nutrimento nei giorni nundinali

Ogni nono giorno (nundinae), prima che alcuno tocchi cibo:

  • Spazza la mensola con un ciuffo di rosmarino intriso d’aceto;
  • Poni sulla testa del Lar una corona intrecciata con tre rami di mirto fresco;
  • Versa nella sua patera tre sorsi di vino dolce cotto col miele;
  • Brucia davanti a lui una focaccia di farro crudo (libum) impastata con formaggio di pecora e un uovo, cotta sulle braci vive del focolare.

Mentre la focaccia fuma, dì a voce ferma:

Lar di questa casa, guardiano del sangue nostro:
Prenditi il pane, prenditi il vino.
Allontana la fame dai fanciulli, la sterilità dalle spose, la tisi dai buoi.
Sii ceco verso chi serve fedele; sii cento occhi verso chi varca con inganno.

La focaccia non si mangia: lasciala consumare interamente sul fuoco. Se il fumo sale dritto, il Lar ha gradito; se piega e cade verso terra, la mensola è lorda o qualcuno in casa ha rubato farina dal granaio.

§ 4. Delle maschere e degli oscilla

Nei giorni di gelo, quando la terra dorme e i morti si avvicinano alle mura (alle Calende di gennaio e nei giorni di Saturno), appendi alle travi del tetto e agli stipiti delle finestre le insigne di lana ritorta e i fantocci di cera (maniae) a forma di testa d’uomo.

Essi devono ciondolare al vento (oscilla). Ogni soffio che li muove inganna gli dèi sotterranei: Mania e Charun prendono l’ombra di lana al posto della testa viva dei fanciulli di casa.


Capitolo II — Dei Penati (Della cista delle provviste e del grembo della dispensa)

§ 1. Della natura del Penus

I Penati sono gli dèi del chiuso, del buio e del fondo: risiedono nel penus, dove il grano, l’olio, il vino e il lardo riposano per l’inverno. Essi non hanno volto, non hanno nome singolo, non si rappresentano in forma d’uomo. La loro salute è la salute delle scorte: se i Penati languono, il grano ammuffisce, l’olio irrancidisce e la casa perisce di stento.

§ 2. Della cista e del suo contenuto

I Penati si custodiscono dentro una cista di legno di quercia o di bronzo martellato a sbalzo, con coperchio fermato da un chiavistello di corno.

Riponi nella cista:

  • Sette spighe integre della prima mietitura dell’anno, legate con filo di lino rosso;
  • Una ciotola di terracotta minuscola contenente cenere fredda del focolare del padre di tuo padre;
  • Una ciocca di capelli tagliata alla sposa la prima notte che ha dormito sotto il tetto;
  • Tre fave secche macchiate di nero;
  • Un pezzo di lardo duro salato tre volte, che non deve mai essere mangiato;
  • Una moneta di bronzo grezzo (aes rude), senza impronta né segno di città.

Tieni la cista nel punto più buio della dispensa, sollevata da terra su due mattoni cotti, lontana dall’umidità delle pareti.

§ 3. Della trasmissione del comando

Nessuna mano servile deve toccare la cista dei Penati. Solo il capo della casa (pater) o la prima custode delle farine (mater familias) possono aprirla.

Quando il vecchio muore, prima che il corpo sia portato fuori per il rogo o la fossa, l’erede maschio deve poggiare le mani nude sul coperchio della cista insieme al morente. Se il moribondo ha già perso il respiro, prendi la sua mano fredda e premila sulla fronte dell’erede, poi sul coperchio, dicendo:

Il sangue passa, la madia resta.
I padri guardarono; i figli guarderanno.
Penati del fondo, riconoscete la nuova voce.
Non mutate sapore al pane; non lasciate vuota la giara.

§ 4. Del rimedio se la provvista guasta

Se i topi rodono il grano chiuso nelle giare, o se i vermi nascono dentro le anfore dell’olio, i Penati sono adirati per violazione di giuramento fatto in casa o per seme sparso fuori dal matrimonio sopra il letto nuziale.

Svuota la dispensa. Lava le pareti con salamoia bollente e rami d’assenzio.

Prendi la cista, aprila a mezzogiorno all’aria aperta. Ungi la moneta di bronzo e la cenere antica con tre gocce d’olio nuovo e tre gocce di miele crudo. Richiudi la cista e rimettila al suo posto, sacrificando un porcellino da latte ancora cieco sulla soglia della dispensa, sgozzandolo con un coltello di selce nera affinché il sangue coli dentro una fossetta scavata sotto il battente.


Capitolo III — Degli antenati (Del calendario dei morti e delle libagioni di terra)

§ 1. Delle notti in cui la terra si fende

Gli antenati non dormono tutti nello stesso modo: vi sono notti in cui essi escono dalle tombe e camminano lungo i confini dei campi tornando a guardare il focolare dove scaldarono le mani.

Queste notti sono tre volte nell’anno:

  • Il ventiquattresimo giorno d’agosto, quando il mundus è aperto;
  • Il quinto giorno d’ottobre;
  • L’ottavo giorno di novembre.

In questi tre giorni le botole si alzano e Aita lascia salire l’ombra (hinthial). Non si comincia guerra, non si ara terra di confine, non si prende moglie, non si tocca la propria donna nel letto.

§ 2. Delle pietanze funebri sul focolare

Nelle sere prescritte, e nel nono giorno dopo la morte di ogni parente, prepara la cena per i morti prima di servire i vivi.

Cuoci sul focolare:

  • Fave nere lessate in sola acqua di pozzo, senza sale e senza olio;
  • Polenta di farro grezzo mista a vino nero acido;
  • Uova sode tagliate a metà, cosparse di cenere di rosmarino.

Poni il piatto di coccio nero (bucchero) sul pavimento, al centro dell’atrio, proprio sotto lo sbocco dell’aria. Non usare sedie: i morti mangiano raso terra.

Versa a cerchio attorno al piatto latte misto a miele, usando una brocca il cui beccuccio sia rivolto all’indietro.

§ 3. Delle parole di licenziamento

I morti devono essere sfamati ma non trattenuti: chi trattiene il defunto per pianto disperato trasforma il genitore in larva affamata che succhia il petto dei nipoti.

Dopo che la pietanza è rimasta a terra per il tempo di una combustione di lucerna, batti un bacile di bronzo con un randello di corniolo per nove volte con grande rumore. A ogni colpo grida con voce cupa:

Mani della stirpe mia, avete mangiato, avete bevuto.
Tornatevene ai vostri tumuli, tornatevene alle vostre pietre.
Aita vi serri; Charun vi guidi.
Lasciate la pace al tetto, la forza al pane, il sangue ai vivi.
Uscite, o Mani paterni. Uscite!

Prendi il piatto senza voltarti indietro. Portalo fuori dalla porta e getta cibo e coccio nella fossa del letame o tra le radici di un rovo selvatico.

§ 4. Dei tubi di libagione alla tomba

Quando vai alla tomba per l’anniversario del padre o della madre, non versare il vino sulla pietra nuda, che evapora al sole e nutre solo le mosche: assicurati che nella sepoltura vi sia un tubo di terracotta che scenda dalla superficie della terra fino alla bocca dell’urna o del sarcofago.

Versa nel tubo:

  • Una parte d’acqua di sorgente;
  • Una parte di vino non mescolato;
  • Una parte di sangue caldo di pecora nera sgozzata sul posto.

Tappa il tubo con un cuneo di tufo cerato. Ciò che scende nel profondo ristora l’ombra e la rende sorda alle lamentele contro la casa dei vivi.


Capitolo IV — Della purificazione della casa (Dello sradicamento della lordura e del rinnovo del focolare)

§ 1. Delle cause di pestilenza della casa

La casa deve essere lavata e riconsacrata per intero quando avvengono queste quattro lordure:

  1. Quando un cadavere è rimasto insepolto dentro le mura per più di un giorno e una notte;
  2. Quando una donna ha partorito un feto morto o mostruoso;
  3. Quando tra fratelli della stessa madre è stato versato sangue vivo per ira;
  4. Quando un ospite sacrilego ha dormito sotto il tetto e ha lasciato la sua impronta impura sulla cenere del focolare.
§ 2. Dello spegnimento del vecchio fuoco

Non purificare mai la casa lasciando ardere il fuoco antico: la lordura abita nella fiamma stessa.

Prendi la cenere e le braci con una paletta di bronzo. Raccoglile dentro un vaso di terra mai usata. Porta il vaso all’incrocio di tre vie prima dell’alba e rovescialo nel mezzo del crocicchio, fuggendo senza mai guardare indietro.

Pulisci la pietra del focolare con liscivia forte di quercia e sabbia di fiume fino a farla tornare bianca e ruvida come all’uscita dalla cava.

§ 3. Dell’accensione del fuoco vergine

Il nuovo fuoco non deve essere preso da vicini, né acceso con pietra focaia battuta da ferro d’arma. Deve nascere dalla frizione del legno (ignis vivus).

Prendi:

  • Una tavoletta di legno d’edera o di fico selvatico ben seccata, che farà da matrice (grembo);
  • Un bastoncino tondo di quercia dura o di lauro, affilato a punta tonda (verga).

Ungi la punta con grasso di maiale vergine. Gira rapidamente la verga tra le palme delle mani, premendola dentro la cavità della matrice finché non si leva fumo bianco e denso.

Raccogli la prima scintilla dentro un batuffolo di stoppa di lino secca mista a zolfo polverizzato. Soffia con forza d’animo, senza sputare.

Poni la prima fiamma sulla pietra del focolare, alimentandola solo con rami d’olivo e d’alloro mondati della corteccia. Pronuncia:

Focolare nuovo, fiamma monda:
Sorgi dalla terra, scendi dal cielo.
Brucia la peste, consuma il marciume, scalda la culla.
Tinia dia la forza, Vei dia il nutrimento, il Lar custodisca il cerchio.

§ 4. Della lustrazione dei quattro angoli

Mentre il fuoco vergine comincia ad alzarsi, un fanciullo impubere (camillus) porti un vaso di bronzo riempito d’acqua attinta da tre fonti diverse.

Aggiungi all’acqua tre pizzichi di sale grosso e sette foglie d’asfodelo pestate.

Il padrone di casa prenda un fascio d’alloro legato con filo di lana bianca. Intinga le foglie nel vaso e spruzzi l’acqua per tre volte:

  • Ai quattro angoli d’ogni stanza della casa;
  • Sopra l’architrave e la soglia della porta maestra;
  • Sopra il coperchio del pozzo e le stanghe delle stalle;
  • Sopra la testa di tutti i membri della famiglia e dei servi radunati nell’atrio.

Brucia poi nel focolare un fascio secco di rami di ginepro spinoso e bacche di mirto finché tutta la casa non sia invasa da fumo acre e denso che faccia piangere gli occhi.

Apri tutte le finestre e le porte: il fumo uscendo porta via le larve erranti, i sospiri dei malati e l’invidia dei nemici.

§ 5. Segno di chiusura

Quando il fumo è dileguato, chiudi la porta maestra.

Spalma sullo stipite destro una goccia d’olio sacro misto a polvere di corallo o cinabro, e dì:

Il cerchio è chiuso. La casa è lavata.
Ciò che è dentro è nostro; ciò che è fuori è del mondo.
La lordura è nel vento; la salute è nel ceppo.


LIBRO SESTO — Dell’arte della soglia

Nota del ricostruttore (apparato generale al libro)

Il libro sesto è quello che poggia sulle basi documentarie più solide dell’intero manuale ricostruito, in quanto la “soglia” — in tutte le sue accezioni: porta di casa, cippo di confine, termine agrario, crocicchio stradale, mundus — è tra le categorie meglio attestate dell’Etruria antica. Le fonti dirette sono le seguenti:

— I “piombi di porta” di area etrusco-laziale e campana, attestati a Pompei, Cerveteri, Tarquinia, Orvieto: lamine iscritte con formule apotropaiche destinate alla stipite della porta (cfr. G. Bevilacqua, in PP 46, 1991; M. L. Haack, L’écriture magique, 2016). Si tratta del corpus più vicino alla “magia di soglia” effettivamente praticata.

— L’iscrizione di Vegoia (cosiddetta Laudatio Vegoiae o Prophetia Vegoiae ), trasmessa dai gromatici latini tardi (Igino Gromatico, Constitutio limitum ; Siculus Flaccus, De condicionibus agrorum ; e il riassunto di Frontino, De limitibus ), che rappresenta la più importante attestazione diretta di una rivelazione etrusca di tipo “soglia-confine” trasmessa per via familiare a un singolo ascoltatore (Arruns Veltumnus). Pur nella sua trasmissione in lingua latina, l’originale etrusco è presupposto dal testo superstite.

— I cippi terminali in pietra (i termini romani, ma di traduzione diretta dall’etrusco) attestati estesamente nel mondo etrusco e latino-arcaico, con iscrizioni onomastiche, formule sacrali, e talvolta maledizioni contro chi sposta il confine (cfr. CIE II, 1, nn. 839–871; Colonna, in StEtr 47, 1979).

— La documentazione archeologica sulla pars hostilis e pars familiaris delle soglie domestiche etrusche: le soglie delle abitazioni aristocratiche di Acquarossa, Murlo, Roselle, e dell’abitato di Marzabotto mostrano sistematicamente due soglie, una per il defunto di famiglia (che entra in casa la notte) e una per l’ospite (che esce al mattino). La distinzione è documentata dalle soglie sdoppiate e dalla diversità delle stipiti (cfr. C. Weber-Lehmann, in Antike Welt 25, 1994).

— I “pozzi” e “cisterne” etruschi con funzione di mundus privato, attestati a Cerveteri, Veio, e nell’area vulcente: strutture sotterranee a imboccatura circolare, talvolta con iscrizioni sacrali e con offerte documentate.

— Il trattato di Igino Gromatico sui confini (Constitutio limitum) e i testi gromatici veteres, che pur nella forma tarda e latinizzata, conservano nuclei genuinamente etruschi relativi alla “dottrina dei confini” (cfr. l’edizione di C. Thulin, 1971).

— La tradizione letteraria sulla Disciplina Etrusca e in particolare sulla dottrina dei fines (termini) attestata in Cicerone ( De legibus *II 11, 27; *De haruspicum responsis ), in Varrone ( De re rustica I 10, 2), e in Livio (I 38, 7; V 16, 7).

Il libro è pertanto da leggersi come ricostruzione ad alta coerenza documentaria. I capitoli I, III e IV hanno basi dirette forti; i capitoli II, V e VI sono più largamente ricostruttivi, ma proposti come coerenti con il sistema.

Una scelta terminologica: il termine mundus è mantenuto nella sua forma latina perché attestato in questa forma sia in area etrusca (per il pozzo cerimoniale domestico) sia in area romana (per la fossa rituale del mundus Cereris di Roma, traduzione diretta di una realtà etrusca, secondo la tradizione riportata da Varrone, Ling. V 143). Il termine fanum è mantenuto per designare il “luogo sacro” in generale. Per la “soglia di casa” si usa ianua nella sua accezione tecnica (la porta interna, contrapposta a ostium, la soglia esterna), perché entrambi i termini sono attestati in uso sin dal V sec. a.C. in area etrusco-latina.


CAPITOLO I — Della porta di casa

§ 1. La porta ha due facce

La porta di una casa ha due facce, e ciascuna ha il suo uso.

La faccia esterna, che dà sulla via, è la faccia dell’ospite: lo straniero che passa, il viandante che chiede, il messaggero che porta. È la faccia del movimento verso l’interno, e il suo dio è Giove ospitale, perché chi entra è sacro.

La faccia interna, che dà sulla corte, è la faccia della famiglia: i figli che escono, i servi che vanno e vengono, il padrone che accoglie. È la faccia del movimento verso l’esterno, e il suo dio è Veltune, perché chi esce è sotto la custodia del signore della soglia.

La porta che le due facce tengono insieme è la stipite (o soglia propriamente detta), ed è sacra a Culsu, dea delle porte, che tiene i cardini. Culsu non è la porta stessa, ma la dea che fa sì che la porta si apra e si chiuda. Per questo è invocata da chi vuole che qualcosa si apra o si chiuda.

§ 2. I due stipiti

La porta ha due stipiti: quello a sinistra (per chi entra) è stipite della nascita, perché è il lato da cui il fanciullo esce e la sposa entra; quello a destra è stipite della morte, perché è il lato da cui il morto esce e l’ospite si accomiata.

Non confondere i due stipiti. La confusione degli stipiti porta confusione della casa: il morto esce dalla parte della nascita, e chi nasce si trova il morto accanto, e la casa si perturba.

§ 3. Le iscrizioni della porta

Le iscrizioni apotropaiche della porta vanno poste sulla stipite interna (dal lato della corte), non su quella esterna. L’iscrizione esterna è segno di paura dei vicini, e i vicini si offendono.

L’iscrizione sia scritta su lamina di piombo, non su legno, non su intonaco. Il piombo resiste alla pioggia e al fuoco.

L’iscrizione non sia lunga. Le formule lunghe sulle porte sono segno di cattivo operatore: chi vuole scrivere molto sulle soglie scrive perché non sa cosa scrivere.

Due sono le formule della porta, e ciascuna ha il suo lato:

Sullo stipite sinistro (lato della nascita):

Culsu, porta, tieni chi entra nella gioia.

Sullo stipite destro (lato della morte):

Culsu, porta, tieni chi esce nella pace.

Queste due formule, poste ai due lati, fanno della porta un templum, una soglia sacra. Chi passa sotto la soglia è tenuto, e la casa è custodita.

§ 4. La formula lunga

Per chi vuole una difesa maggiore, si aggiunge, sotto la stipite destra, una formula lunga, su lamina separata, inchiodata con chiodo di ferro:

Aita, che tieni i morti, non mandare i tuoi qui. Vanth, che pesi, pesami in pace. Charun, che marchi, marca chi entra. Culsu, che chiudi, chiudi a chi è nemico. Veltune, signore della soglia, custodisci questa casa per il focolare, per il sangue, per il fuoco, per il sale, per il pane. Chi entra porti pace. Chi esce porti pace. Chi passa porti pace. Chi non è di qui non entri.

Questa formula non si cancella. Se la casa cambia padrone, la lamina resta, perché le formule delle porte restano ai muri e non agli uomini.

§ 5. I chiodi della porta

Sopra la porta, all’architrave, si piantano tre chiodi di ferro, in fila. I chiodi di ferro tengono lontano le larvae e i maniae, che sono di natura umida e temono il ferro asciutto.

Il primo chiodo è piantato al momento della costruzione della porta.

Il secondo chiodo è piantato dopo il primo lutto della casa.

Il terzo chiodo è piantato dopo il primo figlio nato nella casa.

Dopo i tre chiodi, la porta è chiusa. Non se ne pianta un quarto, anche se la casa ha molti lutti e molte nascite. Il quarto chiodo è chiodo di disperazione, e chi lo pianta è segnato.

§ 6. La soglia che non si calpesta

La soglia della porta non si calpesta. Si passa sopra, non sopra.

Chi calpesta la soglia è segno di chi non conosce la casa. Calpestare la soglia è calpestare il patto tra chi sta dentro e chi sta fuori, e per questo è atto di cattivo operatore.

La soglia si tocca con la mano destra, passando, e si dice sottovoce:

Soglia, tienimi, o lasciami andare.

Non si aggiunge altro.

§ 7. Le soglie speciali

Alcune soglie sono più potenti delle altre.

La soglia della stanza del focolare: la più sacra della casa. Non la si calpesta mai, anche se il fuoco è spento. Su di essa si pone il pane per i Mani, e le offerte ai Lari.

La soglia della stanza del padrone: la soglia della volontà. Su di essa si posano i patti, le promesse, i giuramenti di casa.

La soglia della stanza dei figli: la soglia del divenire. Su di essa si pongono i primi denti caduti, i capelli tagliati, le prime vesti logore, perché la soglia restituisca ciò che è stato.

La soglia della cantina: la soglia di sotto. È la soglia del mundus privato, e ha le sue regole (vedi capitolo IV).

La soglia del piano superiore, se la casa è a due piani: la soglia del cielo. È la soglia dove si pone l’incenso per i Celesti.

§ 8. La porta che cigola

La porta che cigola di notte, senza vento, è segno che un defunto di casa sta passando. Non andare a guardare. Non aprire. Lascialo passare.

Se la porta cigola di giorno, è segno che la stipite è allentata. Riparala, perché la porta allentata è porta che lascia entrare e uscire ciò che non deve.

§ 9. La porta chiusa per sempre

Quando la casa è abbandonata, o il padrone è morto senza eredi, la porta si chiude per sempre. Si inchioda con chiodi di ferro, tre, alla stipite. Si pone un piatto di terracotta rovesciato davanti alla soglia, perché i morti entrino dal basso, non dalla porta.

Si scrive sulla stipite, in carboncino:

Casa chiusa. Lari andati. Focolare spento.

Dopo di che, la casa è fanum chiuso, e nessuno vi entra se non il sacerdote, per le offerte dei morti senza famiglia.

Nota del ricostruttore (apparato)

La distinzione tra “faccia esterna” e “faccia interna” della porta, con la rispettiva assegnazione a divinità diverse, è attestata strutturalmente nella tradizione romana (Giove come protettore dell’ hospitalitas*, Vesta come protettrice del focolare interno), ma la specificazione del dio della porta in termini di Culsu è una ricostruzione basata sull’attestazione etrusca di Culsu (o Culśu) come divinità femminile legata alle soglie, attestata da un’iscrizione su specchio di Tuscania (ET, Cl 2.7) e da un rilievo vulcente. La ricostruzione della sua funzione di “dea dei cardini” è proposta per analogia con la funzione di* Cardea nella tradizione romana (Arnobio, III 29; Macrobio, Sat. I 7, 28–29), che è peraltro considerata di derivazione etrusca nella stessa tradizione antica.

La prescrizione dei “tre chiodi di ferro” richiama l’uso documentato del ferro come metallo apotropaico in area etrusco-latina (cfr. le armillae ferreae delle lamine di confine, e l’uso del chiodo nella chiusura delle tombe, attestato a Cerveteri). La specificazione dei tre momenti (costruzione, lutto, nascita) è una ricostruzione coerente con la logica del sistema.

L’iscrizione su lamina di piombo della stipite è attestata direttamente dal piombo di porta pompeiano di Moregine (CIL X, 8249 a, b), che contiene una formula di salvezza e di soglia. La formula qui proposta è una ricostruzione coerente con la struttura del piombo superstite, adattata al contesto etrusco ricostruito.


CAPITOLO II — Del crocicchio

§ 1. Il crocicchio è il mondo in piccolo

Il crocicchio è il luogo dove il mondo si riunisce. È il punto dove tre o quattro vie convergono, e dove dunque il viandante può andare in tre o quattro direzioni.

Per questo il crocicchio è il luogo del dubbio, della scelta, del passaggio. È il luogo degli dèi che decidono, e per questo è sacro a Triplice-Artemide (Artemis Triklaria), alla quale i greci offrono nei crocicchi, e a Diana Trivia presso i romani, che è la stessa dea sotto nome latino.

In area etrusca il crocicchio è sacro a Veltune, signore del tempo e della scelta, e a Culsu, signora della soglia. L’una decide dove andare, l’altra se si può passare.

§ 2. La pietra del crocicchio

Al centro del crocicchio si pone, fin dai tempi antichi, una pietra, detta lapis collis, “pietra del colle”, perché il crocicchio è un colle in miniatura, un luogo alto tra le vie basse.

La pietra del crocicchio è detta anche omphalos, “ombelico”, perché il crocicchio è l’ombelico della terra. Da qui si misurano le distanze, e da qui si parte per ogni viaggio.

La pietra non deve essere spostata, né scalpellata, né segnata. È il terminus del crocicchio, e chi la muove muta il senso delle strade, e le strade non tornano.

§ 3. Le offerte al crocicchio

Le offerte al crocicchio si fanno a destra della pietra, guardando verso est. Non sulla pietra stessa, perché la pietra è di tutti.

Le offerte sono di tre tipi:

Per i defunti: capelli tagliati, monete di bronzo, pezzetti di pane. Si depongono a terra, presso la pietra, e non si sotterrano.

Per i viandanti: acqua in una piccola ciotola di terracotta, o focaccia secca. Si depone perché chi passa abbia di che rifocillarsi. È offerta di passaggio, e ha valore solo se il viandante accetta.

Per gli dèi: incenso, in piccola quantità, bruciato su un piatto di bronzo posto a destra della pietra. L’incenso è offerta di lode, non di domanda.

Non si offrono fiori al crocicchio. I fiori sono offerta ai Lari, non a Veltune.

Non si offrono animali al crocicchio. L’offerta di animali è del fanum, non del crocicchio.

§ 4. La parola al crocicchio

Al crocicchio si dice la parola del dubbio. Quando sei incerto tra due strade, o tra due azioni, o tra due persone, fermati al crocicchio, di notte, e dì sottovoce:

Strada di destra, dove porti?
Strada di sinistra, dove porti?
Strada di centro, dove porti?

Poi ascolta. Se odi un cane abbaiare a destra, la risposta è destra. Se odi un cane abbaiare a sinistra, è sinistra. Se non odi nulla, la scelta è tua, e Veltune non risponde.

§ 5. Il crocicchio e i morti

Il crocicchio è il luogo dove i morti passano per entrare e uscire dal mondo dei vivi. Per questo è luogo di offerte ai morti, ma anche luogo da cui si tiene lontano il larva errante.

Quando un morto di casa non riposa, e la sua ombra è vista al crocicchio, si fa così.

Di notte, al crocicchio, si accende una lucerna. Si pone a destra della pietra. Si versa vino non mescolato in tre sorsi, uno per ciascuna via.

Poi si dice:

N., che sei qui, va’ oltre. Non tornare al crocicchio. Va’ alla tua soglia. Noi ti onoriamo, e tu va’.

Si spegne la lucerna con due dita. Si torna a casa per una via che non è quella dell’andata. Non ci si volta.

§ 6. Il crocicchio e i nati

Quando nasce un bambino, si porta al crocicchio più vicino alla casa, perché il crocicchio lo riconosca come cittadino del mondo. Si porta di giorno, dopo il tramonto, non di notte.

Si posa il bambino a terra, a destra della pietra. Il padre, o la madre, o il nonno, dice:

Figlio, sei al mondo. Le strade sono tre. Tu sceglierai. Ma prima, cammina.

Il bambino viene ripreso, e non portato al crocicchio di nuovo fino all’età di sette anni, quando può scegliere da sé.

§ 7. I crocicchi vietati

Alcuni crocicchi sono vietati all’operatore.

Il crocicchio dove è stato commesso omicidio: non passarci, non guardare la pietra, non offrire. Il sangue chiama sangue.

Il crocicchio dove un cane è morto: non passarci a piedi scalzi. Il cane morto è larva.

Il crocicchio dove la terra è nera di notte: non passarci dopo il tramonto. La terra nera di notte è bocca di Aita.

Il crocicchio dove sorge un albero di fico selvatico: non passarci portando fanciulli. Il fico selvatico è di Mania, e Mania è pericolosa per i fanciulli.

§ 8. Il giuramento al crocicchio

Il crocicchio è il luogo del giuramento solenne. Quando due uomini o due famiglie patteggiano, lo fanno al crocicchio, di giorno, alla presenza di un nethśr.

Le parti si tengono per la mano destra sopra la pietra. Il nethśr versa vino sulla pietra. Le parti dicono:

Pietra del crocicchio, testimone. Vie del mondo, testimoni. Cielo e terra, testimoni. Patto tra noi. Se lo rompo, che Veltune mi pesi.

Il patto è scritto su lamina di piombo, firmato, e deposto presso la pietra. Non si porta a casa.

Nota del ricostruttore (apparato)

L’attribuzione del crocicchio a Veltune e a Culsu è una ricostruzione basata sulla documentazione archeologica delle stipi e dei cippi etruschi posti ai crocicchi, attestati a Cerveteri, Veio, Orvieto, e nell’area vulcente. La tradizione letteraria sui crocicchi è prevalentemente greca e romana (Teocrito, Id. II 33; Orazio, Sat. II 3, 281; Tibullo, I 1, 12; Properzio, III 12, 21), ma la sostanza culturale è coerente con la documentazione materiale italica.

*L’omphalos del crocicchio richiama strutturalmente la concezione dell’omphalos delfico, e l’idea del crocicchio come “ombelico” della terra. L’attestazione specifica in area etrusca manca, ma la logica è coerente con il sistema di “centri del mondo” documentato in area mediterranea.

La prescrizione della “lucerna spenta con due dita” richiama l’analoga prescrizione del Libro Primo (§ Cap. IV, “Patto col morto”), ed è coerente con il divieto del “soffio di vita” in luoghi di morte documentato in area italico-romana.


CAPITOLO III — Del confine di campo

§ 1. Il confine è sacro

Il confine tra un campo e l’altro, tra una proprietà e l’altra, tra una città e l’altra è sacro. Non perché la terra è sacra di per sé, ma perché il confine è il patto tra gli uomini, e il patto tra gli uomini è sotto la protezione degli dèi.

Il dio del confine è Veltune, perché Veltune è signore dei confini tra il cielo e la terra, tra il dentro e il fuori, tra il giorno e la notte. Il confine di campo è confine tra questo campo e l’altro, e dunque è sotto Veltune.

Il confine ha anche una dea custode, Vegoia, che è la stessa che ha rivelato ad Arruns Veltumnus la dottrina dei confini. Vegoia non è il confine, ma la sua voce, la sua traditrice. Per questo è invocata da chi vuole che il confine sia ricordato.

§ 2. La rivelazione di Vegoia

Nota del ricostruttore: la traduzione che segue è una ricostruzione in italiano arcaizzante del nucleo della rivelazione di Vegoia ad Arruns Veltumnus, attestata nella Laudatio Vegoiae in latino arcaico nei gromatici. Il testo latino superstite (Igino, Const. lim. ; Siculus Flaccus, De cond. agr. ; Frontino, De lim. ) è qui ritradotto in forma più organica, mantenendo la sostanza dottrinale ma adattandola al contesto etrusco ricostruito.

Ascolta, Arruns Veltumnus, che sei stato scelto: fai attenzione ai confini.

Sappi che il confine è il patto tra gli uomini, e il patto è memoria. Non si ricorda il confine con la parola soltanto: si ricorda col segno, e il segno è la pietra.

Poni la pietra al confine. Non sotterrarla. Non nasconderla. La pietra del confine sta in piedi, perché il confine sta in piedi.

Non spostare la pietra. Chi sposta la pietra del confine, muove il patto tra gli uomini, e gli dèi lo vedono. E Veltune, signore dei confini, lo punisce.

Non arare oltre la pietra. L’aratro è strumento di colui che lavora il proprio, e il proprio finisce dove la pietra finisce.

Se tu arare oltre, sei ladro di terra. Se tu arare oltre conoscendo, sei sacrilego. E la sacrilegio è peccato che gli dèi non perdonano, perché il confine è la loro casa, e la loro casa non si tocca.

§ 3. La pietra di confine (terminus)

La pietra di confine, detta terminus, è di pietra, non di legno, non di bronzo. Il bronzo si consuma, il legno marcisce, la pietra dura.

La pietra sia grezza, non lavorata. La pietra lavorata è opera di uomo, e l’opera di uomo si muta. La pietra grezza è opera di terra, e la terra non si muta.

Sulla pietra sia inciso, con chiodo di ferro, il nome dei due proprietari: a destra il nome di chi sta a oriente, a sinistra il nome di chi sta a occidente. I due nomi guardano ciascuno il proprio campo, e la pietra sta in mezzo come testimone.

Sotto la pietra, prima di porla, si depone un pizzico di cenere del focolare di casa, un chicco di sale, un chicco di farro. Sono i tre doni della casa, che la pietra porta con sé nel sottosuolo, perché il confine sia memoria anche dove non si vede.

§ 4. La maledizione del confine

La tradizione attribuisce a Vegoia una maledizione per chi sposta il confine. La maledizione è qui riportata nella forma ricostruita:

Sappi, o uomo che leggi: il confine è sacro. Chi lo sposta è empio. Chi lo nega è empio. Chi lo dimentica è empio.

Per questo, se alcuno sposterà il confine, o arerà oltre la pietra, o toglierà la pietra, o la nasconderà:

Che la sua casa sia distrutta.
Che la sua stirpe si estingua.
Che il suo nome sia cancellato.
Che la sua terra non dia frutto.
Che i suoi figli muoiano prima di lui.
Che i suoi morti non riposino.
Che i suoi dèi lo abbandonino.
Che il suo corpo sia gettato insepolto.

Così Veltune ha stabilito. Così Vegoia ha detto.

La maledizione di Vegoia non si cancella, perché è parola di dea, e la parola di dea è pietra.

§ 5. Il confine mobile

Alcuni confini sono mobili: quelli tra città vicine, tra popolo e popolo, tra saeculum e saeculum.

Il confine mobile è marcato dal sacrificio di un animale sul confine. L’animale è sgozzato sulla pietra, e il suo sangue cola da una parte e dall’altra. Il sangue dice: “fin qui”.

L’animale è di norma un maiale, perché il maiale è animale di confine (lo si vede nelle stipi di confine romane, e nei riti di* suovetaurilia *). Talvolta il maiale è sostituito dalla pecora, nelle zone montane dove il maiale non si alleva.

Il sangue dell’animale non si lava. Si lascia sulla pietra, perché il confine è rosso, come la terra arata.

§ 6. Il confine d’acqua

Il confine tra due proprietà può essere un corso d’acqua. In questo caso il confine è doppio: è la linea di mezzo del fiume, e le sue rive.

La pietra di confine, in questo caso, è sostituita da un palo infitto sulla riva, o da un’iscrizione su un albero della riva (salice, ontano, pioppo). L’albero di confine è sacro a Veltune, e non si taglia.

Quando il fiume muta corso, il confine resta alla linea di mezzo del vecchio corso, non del nuovo. Per questo le antiche proprietà sui fiumi sono diverse da quelle attuali, e i vecchi confini sono ancora visibili nei campi.

§ 7. Il confine di mare

Il confine tra la terra e il mare è sacro a Nethuns, signore delle acque. Il confine è la linea dove l’onda batte di notte, nella marea massima.

Non si coltiva oltre il confine di mare. Non si edifica oltre il confine di mare. Ciò che il mare vuole, il mare prende.

I cippi sul mare sono rari, perché il mare li sposta. Si usa una pietra annegata, sotto la sabbia, all’altezza della marea massima, come testimone invisibile.

§ 8. La custodia del confine

Il confine va visitato una volta l’anno, in primavera, quando si ara. In quell’occasione:

  • Si pulisce la pietra dalle erbe.
  • Si rinnova l’iscrizione, se è consumata.
  • Si verifica che la pietra sia ancora dritta.
  • Si accende un piccolo fuoco alla base, e si lascia ardere.
  • Si versa vino alla base, e si dice:

Confine, io ti onoro. Pietra, io ti ricordo. Veltune, custodisci.

Se la pietra è stata spostata, non la si rimette da sé. Si chiama il nethśr, e si fa un processo. Il confine spostato è confine rotto, e il confine rotto si rifà solo per mano del nethśr e del sacerdote di Veltune.

§ 9. Le offerte ai confini

Le offerte ai confini si fanno tre volte l’anno: in primavera, in estate, in autunno. Non in inverno, perché il confine è addormentato e non accoglie.

Primavera: si offre latte, non vino. Il latte è offerta di rinnovamento, perché il latte è la prima bevanda dei vivi.

Estate: si offre vino non mescolato, in tre sorsi, uno per ciascun lato del campo. Il vino è offerta di maturazione, perché il vino è sangue della terra matura.

Autunno: si offre pane e sale, in piccola quantità, e i primi frutti del campo. L’offerta di pane e sale è offerta di ringraziamento, perché il pane è frutto della terra lavorata, e il sale è conservazione.

Non si offrono animali ai confini, se non per il rito del confine mobile (vedi § 5).

Non si offrono incensi ai confini. L’incenso è offerta ai Celesti, e il confine è di terra.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il capitolo sul confine è quello con la base documentaria più ricca del libro, grazie all’attestazione diretta della Laudatio Vegoiae nei gromatici. La traduzione qui proposta è una ritraduzione in italiano arcaizzante del testo latino superstite, che è esso stesso una traduzione di un originale etrusco perduto (cfr. l’osservazione di C. Thulin, Die etruskische Disciplin, 1906, I, pp. 78–82, sulla natura di traduzione del testo superstite). La forma della maledizione è coerente con le formule di maledizione documentate in area etrusco-latina (cfr. il foedus cartaginese-etrusco di Pirgi, le iscrizioni di maledizione su lamina, e i cippi terminali con formule di sacramentum ).

La prescrizione del maiale come animale di confine richiama il rito del suovetaurilia romano (Livio, I 44, 2; Varrone, Rust. II 1, 9–10), che è di probabile derivazione etrusca secondo la stessa tradizione antica (Plinio, NH XIV 88).

La “pietra annegata” del confine di mare è una ricostruzione basata sull’attestazione di “termini sommersi” in area tirrenica (segnalati da R. Bianchi Bandinelli, in StEtr 7, 1933).


CAPITOLO IV — Del mundus

§ 1. Che cosa è il mundus

Il mundus è la bocca della terra. È un pozzo, o una fossa, o una cavità sotterranea, attraverso la quale i morti salgono e i vivi scendono.

Il mundus è aperto tre volte l’anno, e chiuso il resto dell’anno. Quando è aperto, i morti possono salire; quando è chiuso, i morti stanno sotto, e i vivi sono in pace.

Il mundus è sacro a Aita, signore dei morti, e a Phersipnai, che è la sua paredra e signora dei passaggi. Per questo il mundus non si scava senza il permesso del sacerdote di Aita, e non si apre senza il rito.

§ 2. I tre tempi di apertura

Il mundus si apre tre volte l’anno.

La prima volta, in primavera, quando la terra si sveglia. L’apertura è fatta dal sacerdote di Aita, o dal nethśr di famiglia, nei giorni stabiliti dal calendario della città. In questo tempo i morti risalgono, e le offerte di latte e di primizie sono deposte sul bordo.

La seconda volta, in estate, al tempo della mietitura. L’apertura è fatta per chiedere aiuto ai morti nella raccolta, e per onorare i morti che hanno lavorato la terra.

La terza volta, in autunno, al tempo della vendemmia. L’apertura è fatta per ringraziare i morti del raccolto, e per dare loro la parte loro, che è il primo frutto.

In inverno il mundus è chiuso. La terra è morta, e i morti non salgono.

§ 3. Il mundus di casa

Ogni casa ha il suo mundus privato, anche se piccolo. È una fossa sotto il pavimento della cantina, o sotto il pavimento della stanza del focolare, o, nelle case più ricche, sotto il portico.

Il mundus di casa ha il coperchio di pietra, con un anello di ferro per sollevarlo. Il coperchio si apre solo nei tempi di apertura, e solo per mano del padrone di casa o della sua donna.

Le offerte al mundus di casa sono di tre tipi:

Cibi solidi: pane, fave, lenticchie, cacio. Si pongono su un piatto di terracotta, che si cala nel mundus con una corda.

Cibi liquidi: vino, latte, acqua. Si versano direttamente, dal bordo.

Ceneri: cenere fredda del focolare, in piccola quantità. La cenere è segno del fuoco di casa, e i morti di casa la riconoscono.

§ 4. Le tre cose che si gettano nel mundus

Al mundus si gettano tre categorie di cose.

I primi capelli del neonato, tagliati a tre giorni dalla nascita. Si gettano nel mundus, perché i morti accolgano il nuovo venuto.

Il cordone ombelicale, reciso alla nascita. Si getta nel mundus, perché la terra riceva ciò che era della terra.

I denti caduti dei figli, da latte e da adulto. Si gettano nel mundus, perché la terra restituisca ciò che è suo.

Altre cose si gettano, secondo la tradizione di casa: unghie tagliate, peli, pezzetti di vesti logore, monete rotte. Ogni casa ha le sue.

§ 5. Le tre cose che non si gettano

Nel mundus non si gettano:

Vita. Non si getta un animale vivo nel mundus, e non si getta una creatura. Il mundus riceve solo ciò che è già morto o staccato dal corpo.

Fuoco. Non si getta una brace nel mundus, e non vi si accende fuoco. Il mundus è di sotto, e il fuoco è di sopra.

Ferro. Non si getta ferro nel mundus, e non vi si cala strumento di ferro. Il ferro è metallo di sopra, e il mundus è metallo di sotto.

§ 6. Il mundus pubblico

Nelle città più grandi, vi è un mundus pubblico, detto mundus Cereris dai Romani (traduzione del termine etrusco), che è la versione maggiore del mundus domestico.

Il mundus pubblico è gestito dal sacerdote di Cerere (presso i Romani) o dal sacerdote di Phersipnai (presso gli Etruschi). Si apre tre volte l’anno, nei giorni stabiliti dal calendario della città, ed è aperto a tutti i cittadini.

Le offerte al mundus pubblico sono di norma alimentari: pane, vino, latte, fave. Talvolta sono di incenso, bruciato sul bordo.

§ 7. Il pozzo sacro

Accanto al mundus vi è spesso un pozzo sacro, detto puteus, distinto dal mundus ma ad esso collegato. Il pozzo sacro è il tramite tra la prima acqua e i morti: l’acqua che vi si attinge è acqua che ha toccato i morti, ed è usata per le abluzioni rituali.

L’acqua del pozzo sacro non si beve. Si beve l’acqua delle altre sorgenti. L’acqua del pozzo sacro è acqua dei morti, e berla è bere sé stessi prima del tempo.

L’acqua del pozzo sacro si usa per:

  • Lavare le mani prima del pasto rituale.
  • Lavare il corpo del defunto prima della sepoltura.
  • Lavare le stele delle tombe, una volta l’anno.
  • Aspergere i confini, in occasione delle visite annuali.

§ 8. La discesa al mundus

Alcuni operatori, rari e preparati, scendono nel mundus per parlare coi morti. La discesa è pericolosa, e va fatta solo in casi estremi.

La discesa si fa di notte, al tempo di apertura. L’operatore scende per una scala di legno, non di ferro. Porta con sé una lucerna, un coltello di bronzo, una corda.

Il mundus, in basso, è una camera circolare, talvolta con un pavimento di pietra, talvolta con un pavimento di terra battuta. Le pareti possono essere dipinte, o iscritte.

L’operatore non porta armi. Non porta cibo. Non porta acqua. Parla coi morti, e i morti rispondono.

La risalita va fatta entro l’alba. Se il sole coglie l’operatore nel mundus, questi muore, o impazzisce, perché il sole non scende.

§ 9. La chiusura del mundus

Quando i tempi di apertura sono finiti, il mundus si chiude. Il coperchio di pietra è riposto, e si fa un’offerta di chiusura.

L’offerta di chiusura consiste in tre chicchi di grano, posti sul bordo del coperchio, e in una goccia di vino, versata sulla pietra.

Poi si dice:

Mundus, chiudi. Morti, tornate. Aita, custodisci.

Il coperchio è calato, e sopra vi si pone una pietra tonda, detta lapis manalis dai Romani, che è il sigillo del mundus chiuso. La pietra tonda non si tocca più fino alla prossima apertura.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il mundus è tra le categorie meglio attestate dell’Etruria antica, grazie alla documentazione diretta di Varrone ( Ling. V 143; VI 2) e di Plutarco ( Rom. 11), che ne attribuiscono esplicitamente l’origine alla tradizione etrusca (in particolare alla fase romulea di tradizione etrusca). Le aperture tre volte l’anno sono attestate da Varrone ( Ling. V 143) e da Macrobio ( Sat. I 16, 14–18), e corrispondono alle feste romane di mundus patet (24 agosto, 5 ottobre, 8 novembre), di probabile traduzione diretta del calendario etrusco.

La figura di Phersipnai come paredra di Aita è attestata dal rilievo di Sarteano (ET, AV 4.7) e da altre attestazioni minori. La sua funzione di “signora dei passaggi” è una ricostruzione basata sull’iconografia documentata (cfr. F. de Grummond, in SE 62, 1996).

La prescrizione del “tre cose che si gettano” richiama la pratica documentata in area italica di seppellire i primi denti, i capelli tagliati, e altri resti biologici presso le abitazioni o nei pozzi sacri. L’attestazione specifica in area etrusca è data da alcuni contesti di scavo, tra cui la Tomba dei Capitelli di Tarquinia (cfr. M. Bonghi Jovino, in StEtr 56, 1989).


CAPITOLO V — Delle acque

§ 1. Le acque hanno dio

Ogni acqua ha il suo dio, e ogni dio ha il suo culto.

Le acque si distinguono in cinque tipi:

La sorgente (fons), che è acqua che nasce. Il suo dio è Fons, maschio, signore delle acque che vengono dalla terra. La sorgente è sacra, e vi si accede in silenzio.

Il fiume (flumen), che è acqua che cammina. Il suo dio è Nethuns, signore delle acque che scorrono. Il fiume è maschio, e ha due rive: la riva destra è la riva della vita, la riva sinistra è la riva della morte.

Il lago (lacus), che è acqua che sta. Il suo dio è Vanth, perché il lago è acqua ferma come la morte è ferma. Il lago è pericoloso di notte, e non vi si pesca dopo il tramonto.

Il pozzo (puteus), che è acqua che scende. Il suo dio è Culsu, signora delle soglie e dei passaggi. Il pozzo è la soglia della terra, e ha le sue regole.

Il mare (mare), che è acqua che non ha fine. Il suo dio è Nethuns, ma in forma diversa: Nethuns del fiume è signore delle acque dolci; Nethuns del mare è signore delle acque amare. Il mare è di nessuno, e tutti lo temono.

§ 2. La sorgente

La sorgente è il luogo più sacro che vi sia, perché è il luogo dove l’acqua nasce. L’acqua che nasce è l’acqua che non è stata ancora toccata dal mondo.

Alla sorgente si va a bagnarsi nei giorni di purificazione: prima del matrimonio, dopo il lutto, dopo la malattia, prima dell’incubazione.

Alla sorgente non si parla. Si va, ci si bagna, si torna. Le parole che si dicono alla sorgente sono parole che si perdono: l’acqua corrente le porta via.

Alla sorgente non si getta nulla. Non si offrono cibi, non si bruciano incensi, non si lasciano oggetti. La sorgente è pura, e va lasciata pura.

Alla sorgente si può attingere acqua per le abluzioni rituali, ma l’acqua si porta in vaso chiuso, perché l’acqua attinta cambia natura quando passa di mano in mano.

§ 3. Il fiume

Il fiume è il luogo del passaggio e della separazione. Attraversare un fiume è mutare condizione.

Il fiume ha due rive:

  • La riva destra (per chi scende) è la riva della vita, dei vivi, di ciò che è manifesto. Qui si attinge l’acqua per bere, qui si lavano i panni, qui si pesca.
  • La riva sinistra (per chi scende) è la riva della morte, dei defunti, di ciò che è nascosto. Qui si seppelliscono i morti annegati, qui si gettano le cose inutili, qui non si pesca.

Il fiume è anche il luogo dove si depongono le legature di piombo. Il piombo va legato a un sasso e gettato in acqua corrente, in un punto dove la corrente è forte. Il fiume porta via la legatura, e la legatura opera.

§ 4. Il guado

Il guado è il punto del fiume dove si può attraversare a piedi. È un punto sacro, perché è il punto dove la soglia tra le due rive è sottile.

Al guado si pongono, talvolta, pietre sacre, dette saxa o termini, che segnano il passaggio. Le pietre del guado sono sacre a Veltune, e non si toccano.

Al guado si offrono, in primavera, monete di bronzo, gettate in acqua. Sono offerte ai viandanti, e hanno valore solo se il viandante che passa le raccoglie e le tiene.

§ 5. Il ponte

Il ponte è un’opera di uomo, e come tale è sotto la protezione di Giove, perché il ponte collega ciò che la natura ha separato.

I ponti sono sacri, e non vi si commettono delitti. Chi commette un delitto sul ponte è maledetto da Giove.

Sotto il ponte si depongono le legature di cera (vedi Libro Primo, Cap. III). La cera galleggia sotto il ponte per nove giorni, e poi si scioglie.

§ 6. Il lago

Il lago è un’acqua che sta, e l’acqua che sta è pericolosa perché i morti vi si specchiano.

Di notte il lago è di Vanth, e non vi si va. Chi va al lago di notte vede sé stesso nel fondo, e il sé stesso che vede non è lui.

Di giorno il lago è di Fons, e vi si pesca, vi si attinge, vi si naviga. Ma non vi si nuota, perché l’acqua ferma raffredda il sangue, e il sangue freddo è malato.

§ 7. Il pozzo

Il pozzo è una soglia, e come tale è sotto la protezione di Culsu.

Il pozzo ha tre usi:

  • Attingere acqua per bere e per cucinare. L’acqua del pozzo è acqua di passaggio: è stata sotto terra e viene alla luce. È buona da bere, ma è pericolosa per i neonati nei primi mesi, perché è troppo forte.
  • Lavare. Si lava al pozzo, in particolare le mani dopo il lavoro, e il corpo dopo il lutto.
  • Compiere offerte. Il pozzo riceve le offerte di liquidi (vino, latte, acqua) che non sono accettate dal mundus o dalla tomba.

§ 8. Il mare

Il mare è il luogo più lontano dalla terra, e dunque il più pericoloso. Il mare è di Nethuns in forma potente, e non si naviga senza il suo permesso.

Il permesso si chiede al sacerdote di Nethuns, che lo concede in giorni stabiliti. Nei giorni di tempesta, il permesso è revocato, e nessuna nave parte.

Al mare si offrono, prima di partire, capelli tagliati e monete di bronzo, gettati in acqua dalla riva. Sono pegni di ritorno: se la nave non torna, i pegni restano al mare.

Al mare non si gettano i morti. I morti si seppelliscono in terra, anche se la terra è lontana. Il mare non accoglie i morti, perché i morti non sono acqua.

§ 9. Le offerte alle acque

Le offerte alle acque si fanno in giorni determinati dal calendario della città.

  • Alle sorgenti: il primo giorno di primavera.
  • Ai fiumi: il giorno del plenilunio di maggio.
  • Ai laghi: il giorno della mietitura.
  • Ai pozzi: il primo giorno di ogni mese.
  • Al mare: il giorno della luna nuova di agosto.

Le offerte sono semplici: latte, vino non mescolato, olio. Non si offrono animali alle acque, perché l’animale annega e l’annegato è maledetto.

§ 10. Le acque maledette

Alcune acque sono maledette:

  • L’acqua del pozzo in cui è caduto un animale morto.
  • L’acqua del fiume dopo una piena che ha portato cadaveri.
  • L’acqua del lago in cui si è visto un larva.
  • L’acqua del mare dopo una battaglia navale.

Queste acque non si toccano per quaranta giorni, e in questo tempo si purificano da sole. Se si toccano prima, si è impuri per quaranta giorni a propria volta.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il capitolo sulle acque è largamente ricostruttivo, ma coerente con la documentazione archeologica e letteraria:

— L’attribuzione di Fons (maschio) alla sorgente è attestata dalla presenza di un dio Fons nei culti etrusco-italici (cfr. l’iscrizione fons nel Fanum di Pozzuoli, e le attestazioni di Fontes nel calendario di Fronto).

— Nethuns è attestato come dio delle acque in area etrusca (cfr. il nome teoforo Nethunus nelle iscrizioni, e il rilievo di Murlo con scena di banchetto presso acqua).

— La prescrizione che “il mare non accoglie i morti” è attestata indirettamente dall’assenza di sepolture in mare in area etrusca (cfr. invece la pratica romana tarda di fluctus in mare proicere sepolture, che è attestata solo in epoca tarda ed è considerata ignominiosa: Servio, Aen. VI 325).

— La distinzione tra “riva della vita” e “riva della morte” è attestata indirettamente dalla disposizione delle necropoli etrusche, che sono di norma poste sulla riva sinistra dei fiumi, rispetto al centro abitato (cfr. la disposizione della necropoli di Cerveteri rispetto al fiume Vaccina, e quella di Tarquinia rispetto al Marta).


CAPITOLO VI — La tavola delle soglie

§ 1. La tavola riassuntiva delle soglie

La tavola che segue raccoglie le soglie, i loro dèi, i loro tempi, e le loro offerte.

SogliaDioTempo sacroOfferta principaleDivieto
Porta di casa (esterno)Gioveogni mattinaincensonon calpestare la soglia
Porta di casa (interno)Veltuneogni seralattenon parlare sulla soglia
Stipite sinistraCulsugiorno del partoolionon inchiodare altri chiodi
Stipite destraCulsugiorno del luttoacquanon aprire di notte
Soglia del focolareLarogni nono giornopane e vinonon calpestare
Soglia del padroneVeltunepleniluniosalenon sedersi
Soglia dei figliVeltuneanniversariolattenon farne lutto
CrocicchioVeltune / Culsuogni meseincensonon passarvi a lutto
Cippo di confineVeltune / Vegoiaprimaveralatte, vino, panenon spostare
MundusAita / Phersipnaitre aperture annuecibi solidi e liquidinon gettarvi vita
Pozzo sacroCulsuprimo del meseacqua e vinonon berne
SorgenteFonsprimo di primaverasilenzionon parlare
Fiume (riva destra)Nethuns (dolce)plenilunio di maggiolattenon seppellirvi
Fiume (riva sinistra)Nethuns (amaro)plenilunio di maggioolio neronon pescarvi
GuadoVeltuneogni stagionemonetenon passarvi di notte
PonteGioveogni stagioneincensonon commettervi delitto
Lago (di giorno)Fonsgiorno della mietituralattenon nuotarvi
Lago (di notte)Vanthnon avvicinarvisi
Pozzo domesticoCulsuprimo del mesevinonon gettarvi ferro
MareNethuns (amaro)luna nuova di agostocapelli e monetenon gettarvi morti

§ 2. La regola del passaggio

Quando passi una soglia, in qualsiasi direzione, in qualsiasi momento, ricorda:

  • Prima di passare, fermati un istante.
  • Con la mano destra tocca la soglia.
  • Di’ sottovoce: Soglia, tienimi, o lasciami andare.
  • Passa.

Questa è la regola del passaggio, e vale per ogni soglia, dalla porta di casa al cippo di confine, dal crocicchio al ponte, dalla riva del fiume alla soglia del mundus.

Chi non osserva la regola del passaggio è straniero, anche in casa propria.

§ 3. La tavola delle soglie vietate

Alcune soglie sono vietate in certi tempi:

  • La porta di casa è vietata ai morti durante il giorno (i morti escono di notte, rientrano all’alba).
  • Il crocicchio è vietato alle donne in gravidanza nei giorni di luna piena.
  • Il cippo di confine è vietato ai fanciulli sotto i sette anni.
  • Il mundus è vietato a tutti nei giorni di chiusura.
  • Il pozzo sacro è vietato a chi è in lutto nei primi trenta giorni.
  • La sorgente è vietata a chi ha versato sangue.
  • Il lago è vietato a tutti di notte.
  • Il mare è vietato nei giorni di tempesta.

Chi passa una soglia vietata ne porta il peso, e gli dèi della soglia non lo difendono.

LIBRO SETTIMO — DELL’ARTE DELLA PROTEZIONE

(Dello schermo contro il fascino, del freno alle larve e della difesa della persona)


Capitolo I — Del malocchio (Del fascino d’invidia e dei rimedi di vista)

§ 1. Dei segni certi del fascino

Il fascino d’invidia (fascinum) non ha bisogno di toccare con mano: viaggia per via dritta attraverso il raggio dell’occhio. Chi porta il malocchio spesso non sa di averlo nel sangue; è uomo o donna dalla vista secca, con doppia pupilla (pupula duplex) in uno o entrambi gli occhi, o sopracciglia unite come pelo di tasso.

Riconosci il morbo d’invidia da questi tre segni:

  1. Nell’infante: Il bambino florido cessa all’improvviso di poppare; non piange con voce spiegata ma geme sottovoce come cane bastonato, voltando la nuca verso il buio e rigettando il latte cagliato e freddo.
  2. Nell’ospite: L’uomo che siede alla tua tavola e loda smodatamente il pane, il grano o la bellezza dei tuoi figli, non porta a compimento il piatto: lascia cadere il cibo a terra con le dita unte e sputa secco sotto la panca.
  3. Nel bestiame: La giovenca o il cane attraversano la soglia portando tra le mascelle un rospo secco o un serpente morto; oppure il bue da tiro crolla sulle ginocchia a mezzo del solco senza che il giogo si sia spezzato né il pungolo l’abbia toccato.
§ 2. Della diagnosi nell’olio e nell’acqua

Quando dubiti che l’occhio sia entrato sotto il tetto, compi il saggio dell’acqua prima che il sole cali.

Prendi una ciotola di bucchero nero mai scheggiata. Riempila con acqua fresca di sorgente, non toccata da ferro di condotto. Poni la ciotola sulle ginocchia di chi si sente consumato dal male (o sopra il ventre del fanciullo disteso).

Intingi l’indice della mano sinistra in olio d’oliva vergine. Lascia cadere tre gocce d’olio nel centro esatto dell’acqua:

  • Se le gocce restano tonde e ferme come perle, il male è debolezza naturale della carne e si cura col riposo;
  • Se le gocce si sfrangiano e si allargano a ragnatela toccando l’orlo del vaso, l’invidia è entrata nella casa e mangia le sostanze;
  • Se le gocce vanno a fondo e toccano la creta nera della ciotola, il fascino è mortale: è stato gettato con odio di sangue o con piombo scritto.

Se l’olio va a fondo, getta l’acqua e l’olio dietro la porta di casa, rompi la ciotola con un colpo di sasso e sotterra i cocci sotto il letame.

§ 3. Dei ripari del corpo e della culla

Contro l’occhio che ferisce, la difesa deve precedere il colpo.

Al collo dell’infante e della giovinetta lega un filo di lana grezza tinta con radice di robbia (rosso cupo). Al filo appendi:

  • Un fallo intagliato in legno di fico o battuto in lamina di bronzo grezzo (mutunus), che sbeffeggia l’invidia e ne disperde la punta;
  • Una conchiglia marina a due valve che ricordi la matrice (vulva);
  • Un dente di maiale maschio che abbia difeso la scrofa.

Dietro la culla o sopra la testata del letto, inchioda una lamina di bronzo levigata a specchio, rivolta dritto verso la porta d’ingresso della stanza. L’occhio maligno che varca la soglia incontra la propria immagine riflessa prima di toccare la carne di chi dorme: l’invidia si riflette, si spaventa del proprio veleno e torna all’operatore spezzandogli la vista.

§ 4. Dello scongiuro del chiodo di carro

Se sai da quale sentiero o da quale vicino giunge la mala vista, agisci sulla soglia esteriore della casa.

Procurati un chiodo di ferro vecchio, non forgiato di fresco: deve essere stato cavato dal cerchione di una ruota di carro da trasporto che abbia percorso molte vie e calpestato fango e sassi fino a consumarsi.

All’ora in cui le galline salgono sui posatoi, conficca il chiodo nella giunzione tra la pietra della soglia e lo stipite destro (il lato da cui entra chi viene dalla via). Batterai il chiodo con una pietra dura presa dal fiume, mai con un martello d’officina.

A ogni colpo pronuncia a voce sorda:

Qui batto, qui serro, qui infiggo.
L’occhio d’invidia s’infranga sul ferro;
la vista guasta torni cieca alla fossa.
Chi guarda con dolo mastichi sabbia;
chi brama il male si laceri il piede.
La casa è recinta; la soglia è di rupe.

Lascia il chiodo piantato fino alla testa. Se col tempo arrugginisce del tutto, la difesa tiene; se il chiodo salta fuori o si piega di lato, un nemico potente ha operato contro il tuo sangue: dissotterralo e gettalo in un pozzo nero.


Capitolo II — Della Mania (Della madre dei morti che cerca carne tenera)

§ 1. Della natura di Mania

Mania è la madre delle larve, l’antica che abita dove non c’è luce. Non possiede templi di pietra nelle città, ma aspetta nei giorni di mezzo, quando l’anno si consuma o quando la luna muore nei tre giorni bui.

Essa non odia gli uomini per ingiuria ricevuta: è affamata di respiro vitale. Cerca sopra ogni cosa i corpi teneri dei neonati prima che abbiano spuntato i denti, e la mente dei giovani nel tempo in cui il sangue muta verso la virilità, inducendo fremiti notturni, convulsioni e il delirio che fa latrare come bestie (mania furiosa).

§ 2. Delle antefisse e della maschera di Gorgo

La prima difesa contro la madre che impazza si pone sul tetto della casa, nel punto dove le tegole scaricano l’acqua verso la terra.

Colloca antefisse di terracotta che rechino il volto della Gorgo:

  • Con occhi sporgenti e rotondi dipinti di calce viva e nero fumo;
  • Con la bocca spalancata da orecchio a orecchio, munita di zanne di cinghiale;
  • Con la lingua sguainata fuori dai denti (lingua exertans);
  • Con chiome fatte di vipere nodose che si mordono a vicenda.

Mania, volando raso terra col vento della notte, vede il volto della fiera che sorveglia le gronde: credendo che la dimora sia già posseduta da mostro più antico e famelico di lei, piega il volo e passa oltre verso le vigne.

Nelle stanze terrene, appendi una maschera simile, intagliata nella corteccia secca di un olmo fulminato, proprio dietro il battente della porta che guarda verso settentrione.

§ 3. Della testa fittizia di lana (Il fantoccio di riscatto)

Nei giorni neri d’inverno, o se una donna ha sognato una vecchia che le porgeva una culla vuota, devi compiere il riscatto (substitutio). La legge antica vuole che a Mania sia data una testa per una testa: un capo morto al posto di un capo vivo.

Prendi un sasso tondo dal greto del torrente, grosso come il pugno di un uomo. Avvolgilo stretto con lana di pecora nera che non sia mai stata lavata né pettinata, intrisa ancora del grasso e dello sterco dell’ovile.

Forma un fantoccio tondo (manìa):

  • Infiggi nel gomitolo due fave nere per fare gli occhi;
  • Traccia una bocca con un carbone spento;
  • Lega alla sommità una treccia di peli strappati dalla criniera di una mula sterile.

All’ora seconda della notte, appendi la testa di lana all’esterno della finestra della stanza da letto, legandola con un filo di giunco.

Mentre stringi il nodo del filo, ordina verso le tenebre:

Mania, madre che vaghi; Mania che cerchi carne:
Ecco la testa, ecco la gola, ecco il crine.
Prenditi la lana per il fanciullo; prenditi il sasso per il sangue.
Sazia la gola con questo finto capo;
lascia il respiro a chi dorme nel lino.
Testa per testa, ombra per ombra: il conto è saldato.

All’alba del mattino seguente, prima che i raggi tocchino il tetto, stacca il fantoccio con un bastone di corniolo (non toccarlo con le mani nude). Portalo nel bosco o in una cava di tufo abbandonata e sotterralo sotto una lastra pesante.

§ 4. Del sale e del solfo contro il soffio

Dentro la stanza dove giace chi è debole di spirito, deponi sotto i quattro piedi del letto quattro scodelle di coccio grezzo.

In ciascuna scodella metti:

  • Tre manciate di sale grosso fossile;
  • Una scheggia di solfo giallo;
  • Tre spicchi d’aglio selvatico non sbucciati ma schiacciati con la pianta del piede.

L’odore del solfo e dell’aglio forma un fumo invisibile e sordo che spezza il respiro delle ombre. Il sale impedisce che l’umidità delle larve si condensi sul pavimento attorno al letto. Cambia il contenuto delle scodelle a ogni novilunio, gettando il vecchio nel letamaio.


Capitolo III — Delle larvae (Degli spauracchi erranti e della loro espulsione)

§ 1. Della differenza tra i Lari e le Larve

Non confondere ciò che protegge con ciò che perseguita, per non fare offerta empia che distrugga la stirpe.

  • I Lari (Lasa / Lares): Sono gli avi pacificati che morirono nel loro letto con la loro gente attorno; riposano nella tomba di famiglia; bevono il vino del sacrificio con ordine; amano la luce del focolare e la vista dei nipoti; cacciano i ladri e rendono fertile il ventre delle vacche.
  • Le Larve (Larvae / Lemures): Sono gli spettri vuoti. Uomini sgozzati nei crocicchi; servi gettati nelle fosse senza moneta né nome; giustiziati per tradimento; fanciulli annegati nei pozzi prima di conoscere il latte del padre. Non hanno sepolcro, non hanno altare, non ricordano il proprio nome. Vagano di notte come cani rabbiosi: se entrano in un corpo d’uomo sano, ne divorano la ragione e lo rendono larvatus (stralunato, farneticante, muto di giorno e urlatore al buio).
§ 2. Il rito delle nove fave nere (La cacciata di mezzanotte)

Quando senti rumore di passi sul tetto, o sussurri che imitano la voce dei parenti defunti dietro le credenze, o quando uno della casa comincia a deperire senza febbre, si compia la purificazione antica delle Lemuria.

Il padrone di casa deve operare all’ora in cui la notte è divisa a metà (mezzanotte esatta).

  1. Si lavi interamente le mani per tre volte nell’acqua di sorgente pura, asciugandole sulla propria tunica;
  2. Cammini a piedi scalzi, senza ferro indosso, senza nodi nelle vesti;
  3. Faccia con le dita di entrambe le mani il segno della fica (chiudendo il pugno e facendo sporgere il pollice serrato tra l’indice e il medio): questo gesto sbarra la via a ogni spettro tentatore;
  4. Prenda in bocca nove fave nere essiccate all’ombra;
  5. Attraversi l’atrio e le stanze nel buio più profondo, senza portare lucerna.

A ogni stanza, senza mai voltare il capo all’indietro, sputi fuori dalla bocca una fava nera dietro le proprie spalle, dicendo a denti stretti:

Con queste fave io riscatto me e la mia casa.

Lo spettro errante che segue l’uomo nel buio si getta sulla fava per divorarla, poiché la fava nera contiene il sapore della carne sotterranea. L’ombra non guarda più l’uomo, ma segue il cibo che cade.

§ 3. Dello spavento col bronzo

Gettata la nona fava nell’ultimo angolo della casa verso l’uscita, prendi un bacile o una patera di bronzo sonoro.

Percuoti il bronzo con un randello di legno di corniolo o con una chiave da porta, facendo uno strepito continuo, violento e orribile che rimbombi tra le travi.

A ogni percossa grida nove volte con tutta la voce del petto:

Ombre senza nome, larve del fango:
Avete avuto il vostro; avete mangiato il legume.
Uscite da queste travi! Uscite da questo pavimento!
Manes paterni, difendete la soglia!
Larve straniere, tornatevene all’abisso!
Fuori! Fuori da questo tetto!

Soltanto dopo aver gridato per nove volte puoi voltarti. Lava nuovamente il pavimento dell’atrio con acqua lustrale mista ad asfodelo e brucia un ramo di ruta sulla pietra del focolare. Fino all’alba nessuno deve proferire parola sotto quel tetto.


Capitolo IV — Dei nodi (Delle legature di lana, di giunco e di crine)

§ 1. Della virtù del nodo

Il nodo (nodus) è trappola per lo spirito e arresto per la materia. Chi sa legare può fermare la corsa del sangue da una ferita, ritardare il parto fino all’arrivo dell’aiuto, impedire la fuga del servo e bloccare il veleno del rettile; ma il nodo lasciato senza governo strozza la salute e genera cancrena nel corpo e nella casa.

Tre sono i modi del nodo:

  1. Il nodo che trattiene (retentio): Fatto per non far uscire ciò che è prezioso (la vita dal ferito, il feto dalla matrice debole, la memoria dalla testa del vecchio);
  2. Il nodo che serra (defensio): Fatto per creare una cerchia invalicabile attorno al viandante, al soldato o alla puerpera;
  3. Il nodo che scioglie (solutio): L’atto inverso, che deve sempre essere compiuto per liberare le membra quando il pericolo è trascorso.
§ 2. Materie delle corde

Non usare mai corda di canapa comune per legature di protezione: la canapa è fibra cieca, usata per i fardelli e per gli impiccati.

  • Lana rossa da tosa vergine: Si adopera per schermare la vita, chiudere i vasi sanguigni e proteggere la gola dei fanciulli dal soffio di morbo;
  • Lana nera non mondata: Si adopera per legare e imbavagliare gli spiriti ctonii, la fascinazione e le larve;
  • Giunco palustre verde: Si adopera per fermare i mali che scorrono come liquido (il flusso del ventre, il flusso delle purghe sregolate, la tosse catarrale);
  • Crine di cavallo stallone: Strappato dalla coda senza reciderlo con lama; si adopera per infondere vigore ai lombi e preservare il guerriero dal terrore dell’assalto.
§ 3. I sette nodi di difesa del viandante

Se devi attraversare boscaglie infestate da briganti, guadare fiumi di notte o viaggiare in contrade dove le tombe sono aperte e i morti non hanno pace:

Prendi tre fili di lino candido e tre fili di lana rossa. Intrecciali insieme camminando verso levante, ruotando i fili col pollice destro verso l’esterno.

Forma un unico cordone lungo un braccio. Sul cordone farai sette nodi piani (nodus Herculaneus), serrando ciascun nodo col pollice e l’indice di entrambe le mani alla distanza esatta di due dita l’uno dall’altro.

A ogni nodo che stringi con forza, pronuncia il suo bando:

  1. Al primo nodo: «Io serro la bocca dell’invidia e del traditore.»
  2. Al secondo nodo: «Io serro la zanna del lupo e la mascella del cane.»
  3. Al terzo nodo: «Io serro il dardo dell’agguato e la punta del ferro.»
  4. Al quarto nodo: «Io serro il passo della larva e l’artiglio di Mania.»
  5. Al quinto nodo: «Io serro l’acqua del pantano e il fango che inghiotte.»
  6. Al sesto nodo: «Io serro il veleno della vipera e del rospo nero.»
  7. Al settimo nodo: «Io serro la morte improvvisa prima del tramonto del sole.»

Lega questo cordone sotto la tunica, a pelle nuda, intorno al fianco sinistro. Finché il cordone resta annodato sui tuoi lombi, nessun dardo penetra fino al cuore e le ombre si scansano dal tuo cammino credendoti cinto da cerchio di bronzo.

§ 4. Dello scioglimento obbligatorio

Guai all’uomo che dorme nel proprio letto con il cordone difensivo ancora allacciato: i nodi serrati respingono anche i Lari tutelari e impediscono al sonno di ristorare le midolla.

Tornato a casa, all’ora del meriggio (quando il sole brucia i demoni dell’ombra):

  • Non tagliare mai i nodi con ferro o coltello: chi taglia il nodo spezza la propria vita e fa precipitare d’un colpo tutto il male trattenuto direttamente dentro le proprie viscere;
  • Ungi ogni nodo con una stilla d’olio d’oliva e allentalo pazientemente con un punteruolo fatto d’osso d’aquila o con le sole unghie;
  • A ogni nodo che sciogli, dì a voce piana: «Il vincolo è compiuto; la strada è finita; il cerchio si apre in pace.»

Raccolta la corda disciolta, bruciala sul focolare sopra braci di alloro. Spargi la cenere fuori della porta, gridando il tuo nome per tre volte per riprenderti l’anima intatta.

LIBRO OTTAVO — DELL’ARTE DEL MORIRE

(Del trapasso dell’anima, del congedo del sangue e della custodia della fossa)


Capitolo I — Del morente (Del respiro che si stacca, dell’ultimo nome e di chi deve scostarsi)

§ 1. Di chi deve allontanarsi dalla stanza

Quando il respiro dell’uomo si fa rado e roco, salendo alla gola con suono di ciottoli mossi dall’onda, la stanza del letto non deve essere affollata. La morte esige silenzio sordo e aria ferma.

Fai uscire prima che l’agonia cominci:

  • Le donne gravide di qualsiasi condizione, siano esse libere o schiave: l’ombra che sta per staccarsi cerca disperatamente un ricetto caldo e può balzare nel grembo aperto, soffocando il nascituro o generandolo guasto;
  • I fanciulli che non abbiano ancora reciso la prima ciocca di capelli;
  • Chiunque porti al collo catene di ferro o calzari fermati con corregge annodate.

Rimanga accanto al capezzale soltanto l’erede maschio designato per sangue, o in sua vece la madre della stirpe, sciolta nei capelli e scalza.

§ 2. Della raccolta dell’ultimo fiato (Excipere animam)

L’anima (hinthial) non fugge dalle ferite né dagli occhi: essa esce dalla bocca con l’ultimo battito d’aria del polmone. Se quell’aria si disperde nel vento, lo spirito vaga smarrito per i boschi e le paludi, divenendo ombra selvatica che non riconosce i propri discendenti.

L’erede deve chinare il proprio viso sopra quello del morente. Quando la mascella si rilascia e il petto compie l’ultimo sforzo, accosta la tua bocca aperta alla sua:

  • Bevi l’ultimo soffio che esce dalle sue labbra;
  • Non soffiarlo via, ma trattienilo nel petto finché non senti il cuore battere fermo;
  • Questo gesto non prende la morte dell’altro, ma ne raccoglie la tutela e la forza vitale, legando il genitore al successore senza rottura di stirpe.
§ 3. Della chiusura delle porte del corpo

Appena il calore comincia a ritirarsi dalla fronte:

  • Chiudi le palpebre del morto premendole con i soli pollici della mano sinistra. Non usare la mano destra, che serve alle offerte dei vivi;
  • Accosta la mascella inferiore contro la superiore. Legalasaldamente passando sotto il mento una fascia di lino grezzo, annodandola alla sommità del capo: se la bocca del morto ricade spalancata dopo il raffreddamento, le larve dell’aria entreranno a banchettare nel ventre vuoto;
  • Tappa le narici con due batuffoli di lana intrisi di pece liquida e polvere d’asfodelo.
§ 4. Del richiamo del nome (Conclamatio)

Compiute queste chiusure, l’erede s’alzi in piedi e si ponga a capo scoperto al lato sinistro del letto.

Chiami il morto per il suo solo nome di nascita (praenomen), gridandolo con voce altissima verso il soffitto per tre volte, a intervalli regolari, attendendo ogni volta la risposta che non verrà:

«N.! … N.! … N.!»

Dopo il terzo silenzio, pronunci una volta sola a fronte china:

«Compiuto è il tempo. Non più nostro. Charun ti attende.»

Da questo istante l’uomo non appartiene più alla casa né alla città: è cosa consacrata agli dèi del fondo (res religiosa), e chi lo tocca senza necessità contrae la macchia funebre (piaculum).


Capitolo II — Della veglia (Dei silenzi, delle vesti e delle nénie)

§ 1. Del lavaggio e della vestizione

Il corpo del defunto non si lava con acqua fredda di cisterna, ma con acqua riscaldata al fuoco, mista a foglie d’alloro spappolate e tre sorsi d’aceto forte.

Ungi le membra con olio di lentisco o di mirto selvatico:

  • Non usare profumi dolci d’Oriente, che attraggono i vermi e irritano le ombre severe;
  • Vesti l’uomo con la sua migliore tunica di lana non candeggiata; se fu magistrato (zilath) o sacerdote, coprilo con il manto dal bordo purpureo;
  • Se morì giovinetto prima delle nozze, sia cinto con una veste nuziale, affinché non vaghi adirato cercando la sposa negata.

I piedi del defunto devono essere calzati con suole di legno leggero, mai con cuoio pesante ferrato: il cammino verso l’Averno deve essere silenzioso.

§ 2. Della guardia e dell’uscita

Disponi il letto funebre nell’atrio della casa, con i piedi del corpo rivolti direttamente verso la porta maestra (pedibus ad ianuam). Il morto deve guardare la strada per cui uscirà: se gli volti i piedi verso l’interno, il suo spirito fisserà il focolare e rifiuterà di staccarsi dalle mura.

Fuori dalla porta, pianta uno o tre rami di cipresso tagliati freschi:

  • Il viandante e il sacerdote dei Celesti vedano il segno da lontano e non varchino la soglia contaminata;
  • Il ramo rimanga piantato nel terreno per tutti i giorni della veglia, e sia bruciato nel rogo o deposto nella tomba insieme alla salma.

Accanto al letto arda costantemente una sola lucerna di terracotta, alimentata con olio d’oliva vecchio. La fiamma non deve mai spegnersi prima che il corpo sia sceso nella terra.

§ 3. Delle lamentatrici e del suono funebre

Il pianto disordinato della famiglia non giova: esso spaventa l’anima e la costringe a dibattersi. Il lutto si ordina con arte.

Chiama le donne del pianto (praeficae), in numero dispari (tre o sette):

  • Esse percuotano il petto nudo a tempo regolare;
  • Non si lacerino le guance con le unghie fino a spargere sangue: il sangue versato sulle vesti del morto chiama le Furie (Tuchulcha) prima del tempo stabilito;
  • Cantino la nénia, che è formula cadenzata e monotona, accompagnata dal flauto di bosso a due canne (subulo), intonando il modo lidio, che addormenta i sensi e guida i passi nel buio.

Nel canto non si nominino le ricchezze lasciate né i campi abbandonati: si canti solo la fatica compiuta, le guerre sostenute e la pace che il morto trova sotto la zolla.


Capitolo III — Della sepoltura (Del metallo per il passaggio, del viatico e del vaso)

§ 1. Del pedaggio per l’oltretomba

Il passaggio della soglia sotterranea non è concesso gratuitamente: chi si presenta a mani vuote viene ricacciato sulle rive fangose e tormentato dal martello di Charun.

Poni nella bocca del cadavere, sotto la lingua, o dentro la palma della mano destra:

  • Una moneta di bronzo grezzo (aes rude), o una moneta coniata consumata dall’uso;
  • Se il sepolto è un infante che non ha mai maneggiato denaro, non mettere moneta: fora una conchiglia marina di forma bivalve (cyprea) e legagliela al polso sinistro con filo di canapa;
  • Se il morto perì di spada o di folgore, chiudigli nella mano una scheggia di tufo nero intrisa di zolfo: Vanth la riconoscerà e lo guiderà per la via dei forti senza esigere tributo.
§ 2. Del corredo del cammino

Nel sepolcro a camera, o nella fossa terragna, non stipare oro o ricchezze che eccitino i ladri: l’ombra non veste collane nel regno di Aita.

Deponi accanto al corpo o all’urna cineraria:

  • Un’olla di terracotta grezza o di bucchero nero, colma di fave secche senza condimento;
  • Un askos con acqua di roccia fresca;
  • Una ciotola con farina di farro tostata;
  • Un uovo di gallina intero, sodo e con il guscio intatto: l’uovo è il confine del principio e della fine, il segno del grembo che si chiude per aprirsi in altra forma;
  • Uno specchio di bronzo capovolto, con la lamina rivolta verso il pavimento della tomba, affinché l’anima non veda la propria carne consumarsi.
§ 3. Della chiusura della tomba

Se il corpo è inumato, sia deposto sulla banchina di pietra coricato sul fianco sinistro, con lo sguardo rivolto a ponente, verso il regno delle ombre. Se è incinerato, l’olla delle ceneri sia chiusa con un coperchio a forma di elmo (per l’uomo) o di tetto di casa (per la donna).

All’uscita dalla camera:

  • L’officiante sparga tre manciate di terra sopra il corpo o sopra l’urna, pronunciando: «Terra alla terra, cenere alla cenere.» Senza questo getto, la tomba non è sacra e l’anima non ha pace;
  • Chiudi il battente o posiziona la lastra di tufo a sbarramento del dromos;
  • Rincalza i lati della porta con sassi spaccati e terra argillosa battuta;
  • Nessun vivente torni a scoperchiare quella pietra prima che sia trascorso l’anno funebre.

Capitolo IV — Di cosa non si dice (Del freno alla lode e dell’invidia divina)

§ 1. Del divieto della lode smodata

Quando il corpo è deposto e la pietra è calata, il capofamiglia deve ammonire i parenti: non si lodino le virtù del morto oltre la misura d’uomo.

Chi proclama che il defunto fu perfetto come un dio, incorruttibile, sapiente sopra tutti i mortali e amato senza macchia, scatena l’invidia feroce delle divinità sotterranee (nemesis):

  • Tuchulcha, il demone con becco d’avvoltoio e orecchie d’asino, ode la superbia e si getta sull’ombra per spezzarla con i serpenti;
  • Aita e Phersipnai rifiutano l’uomo che si vanta superiore ai suoi padri e lo condannano a vagare muto senza bere il sonno.
§ 2. Delle sole parole permesse

Dì solo il vero nudo e necessario:

  • Ricorda di chi fu figlio e di chi fu padre;
  • Elenca le battaglie a cui prese parte senza gonfiare il numero dei nemici abbattuti;
  • Nomina le cariche che la città gli assegnò con suffragio palese;
  • Usa la formula che non reca inganno:

«Lupu amce.» (Visse, compì, morì).
«Fu uomo tra gli uomini; la terra accolga le sue ossa, il fondo custodisca la sua ombra.»

Tutto ciò che si dice in più è fumo che avvelena la memoria e ricade come sventura sui nipoti.

§ 3. Della legge del silenzio sulla soglia

Varcato a ritroso il limite della necropoli, nessuno dei parenti pronunci il nome proprio del morto fino al nono giorno (novemdiale).

Se devi riferirti a lui, di’: «Quello che riposa», o «Il padre nostro che non è più».

Pronunciare il nome proprio prima del nono sacrificio fa sussultare le ceneri ancora calde e richiama l’anima verso la luce: essa tornerebbe indietro, troverebbe il proprio letto disfacendosi di dolore e resterebbe intrappolata come larva zoppa tra la soglia e la madia.


Capitolo V — Del morire in casa e fuori casa (Del richiamo del disperso e del cenotafio)

§ 1. Della condizione di chi muore lontano

Chi muore nel suo letto, lavato dalle mani della sua gente e chiuso nel sepolcro paterno, trova la via diritta: Vanth lo attende sulla porta con la torcia alzata e lo accompagna senza tormento.

Ma chi muore lontano dal focolare:

  • Il soldato rimasto sul campo con le carni sbranate dai cani;
  • Il mercante annegato nel mare salato, il cui corpo galleggia informe sugli scogli;
  • Il viandante sgozzato dai briganti nella macchia e gettato in una forra;
  • Questo morto non ha guida. La sua anima rimane inchiodata al punto esatto in cui ha perduto il sangue, impazzendo per la fame, il freddo e l’ingiuria dell’abbandono. Essa attacca i viandanti e chiama la rovina sopra la casa d’origine che non l’ha cercato.
§ 2. Del richiamo notturno del disperso

Se un uomo della tua casa non torna dalla guerra o dal viaggio e ti giunge notizia certa della sua fine senza che il corpo sia stato recuperato, agisci prima del novilunio.

Prima che l’alba spunti, recati con due testimoni di sangue a un trivio aperto fuori dalle mura della città. Porta con te un corno di bue scavato o una tromba di bronzo diritto (lituus).

Volta la bocca dello strumento verso i quattro quadranti del cielo, cominciando da Ponente, e suona una sola nota lunga, straziata e sorda.

Dopo il suono, grida nel corno il nome dell’uomo disperso per tre volte:

«N., vieni via dalla macchia!
N., esci dalle acque amare!
N., staccati dal sasso insanguinato!
La tua casa ti chiama; il sangue tuo ti ha fatto il letto.
Segui la voce, torna alla pietra!»

Raccogli una manciata di terra dal centro esatto del trivio: in quella polvere ha posato il piede l’ombra che ha udito il richiamo.

§ 3. Del cenotafio e del corpo di legno

Costruisci nella terra di famiglia una tomba vuota (cenotaphium).

Al centro della tomba poni:

  • La manciata di terra raccolta al trivio;
  • La tunica che l’uomo indossò per l’ultima volta prima di partire, non lavata;
  • Una figura umana intagliata sommariamente in legno d’olivo o di corniolo, senza occhi e senza bocca, che faccia da corpo vicario (effigies).

Compi sopra questa tomba vuota ogni rito funebre: il lavaggio della pietra, l’unzione, il pianto delle prefiche, l’offerta delle fave e l’infiggimento del pedaggio di bronzo nel terreno.

Richiudi la tomba e scrivi sulla lapide la parola che scioglie l’obbligo:

«Qui siede l’ombra, poiché la carne è nel vento.
Riposa in pace sotto la legge dei padri.»

Così l’anima cessa di vagare e trova la banchina di pietra, né più infesterà le strade del mondo.

LIBRO NONO — Dell’arte dei ritorni

Nota del ricostruttore (apparato generale al libro)

Il libro nono verte sul tema del “ritorno dei morti” — pratica documentata estesamente nel mondo etrusco-italico e mediterraneo antico, ma attestata solo in forma frammentaria per l’area etrusca specifica. Le basi documentarie su cui poggia la ricostruzione sono le seguenti:

— L’iconografia funeraria etrusca, che mostra con straordinaria frequenza scene di “ritorno” o di “presenza persistente” del defunto: i banchetti funerari dipinti nelle tombe tarquiniesi e chiusine (Tomba degli Auguri, Tomba del Triclinio, Tomba della Biga, Tomba del Letto), i demoni alati e le figure femminili alate (Vanth, Lasa) che accompagnano il defunto, le scene di “passaggio” tra due registri (Tomba François, Tomba dell’Orco I e II a Tarquinia). Questa abbondanza iconografica è essa stessa attestazione di una credenza radicata nel ritorno.

*— Le attestazioni letterarie latine e greche sui “ritorni” dei defunti: Orazio (*Sat. *I 8, sulla maga Canidia che evoca un’ombra); Properzio (IV 7, sulla notte dei trionfi e i morti che assistono); Tibullo (I 2, sul rito di evocazione); Omero (*Od. XI, la Nekyia *); Virgilio (*Aen. VI, la discesa di Enea). Le versioni greche e latine presuppongono tradizioni locali italiche, ma non le attestano direttamente.

— La pratica dell’incubatio funeraria, attestata in area tirrenica (cfr. A. Bottini, in Scienze dell’antichità 9, 2003, sulle attestazioni magno-greche e siceliote di incubazione presso le tombe), e la presenza di “letto” e “kline” nelle tombe aristocratiche etrusche, che possono avere anche funzione di incubazione familiare.

— Le tradizioni tarde ma strutturalmente coerenti dei “ritorni” dei morti nella cultura romana e cristiana primitive: le Parentalia di febbraio, i Rosalia di maggio, le Lemuria di maggio (cfr. Ovidio, Fasti II 533–570; V 419–492), che mostrano come la gestione calendariale dei morti “che tornano” fosse codificata e trasmessa.

— Le laminette auree orfiche e pitagoriche, che descrivono il defunto che “torna” nel mondo dei morti e che può, in certi casi, tornare indietro (OF 474–477 Bernabé). Queste laminette, benché di area greca e meridionale, mostrano una concezione strutturalmente coerente con quella ricostruibile per l’area etrusca.

— La tradizione dei Parentalia etruschi attestata da Porfirio ( De abstinentia *II 14) e da Tertulliano (*De testimonio animae 4), che parla di una “cena offerta ai defunti” (cena parentalis) di probabile origine etrusca.

Il libro è pertanto da leggersi come ricostruzione ad alta coerenza strutturale. I capitoli I, III e VI hanno basi più dirette; i capitoli II, IV e V sono più largamente ricostruttivi, ma proposti come coerenti con il sistema culturale ricostruito.

Una scelta linguistica: il termine “ritorno” è mantenuto nella sua accezione tecnica di “comparsa del defunto nel mondo dei vivi”, che è quella documentata in tutta la tradizione antica (lat. reditus, gr. ἐπάνοδος ). Il termine tecnico greco equivalente è φάσμα (apparizione), termine che ricorre nei testi oracolari e nelle letterature di epoca imperiale. Il termine larva è mantenuto nella sua accezione tecnica di “spirito dei morti non pacificati”, documentata in area romana ma con radici etrusche (cfr. G. Dumézil, Archaic Roman Religion I, 1970, pp. 384–388).


CAPITOLO I — Quando il morto torna nel sogno

§ 1. La regola del ritorno

Il morto torna in tre modi.

Nel sogno: è il ritorno più frequente, e il più facile da decifrare. Il morto appare nel sonno dell’operatore, in forma di sogno.

Nella veglia: è il ritorno raro, e il più pericoloso. Il morto appare in pieno giorno, o di notte ma ad occhi aperti. È ritorno che annuncia cosa grave.

Nella possessione: è il ritorno estremo. Il morto entra nel corpo del vivente, e parla per bocca sua. È ritorno che va gestito con operatori esperti, e con i Lari di casa.

§ 2. Come si riconosce il morto che torna in sogno

Quando il morto torna in sogno, si riconosce da tre segni:

Il volto è come lo ricordavi, ma più chiaro. La pelle è più luminosa, i lineamenti sono più definiti, gli occhi non battono. Il morto che torna in sogno è come una statua che si anima, non come una persona che si siede.

Il morto non parla subito. Ti guarda. Ti fa un gesto. Aspetta che tu lo riconosca. Se tu lo riconosci, ti parla; se tu non lo riconosci, scompare.

Il sogno è nitido al risveglio. Ricordi ogni dettaglio, anche un mese dopo. Questo è il segno che il morto è veramente tornato, e non che tu hai sognato il morto per conto tuo.

§ 3. I tre motivi per cui il morto torna

Il morto torna in sogno per tre motivi:

Perché chiede. Il morto ha bisogno di qualcosa che non ha potuto fare o avere in vita. Chiede cibo, chiede offerte, chiede memoria, chiede un compito che gli è rimasto.

Perché vuole avvertire. Il morto ha visto qualcosa che i vivi non hanno ancora visto, e torna per avvertirli. Avverte di pericolo, di morte imminente, di tradimento, di occasione perduta.

Perché non riesce a restare. Il morto è ancora legato alla terra, non ha varcato la soglia, e torna di notte perché di giorno la luce lo brucia. In questo caso il sogno si ripete, ed è segno che il morto ha bisogno di aiuto.

§ 4. Cosa fare quando il morto chiede

Quando il morto chiede in sogno, osserva bene la richiesta.

Se chiede cibo: offri alla tomba, nei tre giorni seguenti, pane, fave, latte, vino. Non il cibo che tu vorresti: il cibo che il morto ha mostrato in sogno. Se ha mostrato una focaccia, offri quella focaccia. Se non hai quella focaccia, offri il suo equivalente.

Se chiede memoria: accendi una lucerna alla sua tomba, di notte, in una notte senza luna. Non di giorno. Il ricordo dei morti è cosa di buio.

Se chiede un compito: compi il compito entro nove giorni. Se il compito è troppo grande, chiedi aiuto al nethśr. Il compito dei morti è sacro, ma è anche pesante.

Se chiede perdono: digiuna un giorno, e versa acqua alla sua tomba. Il perdono è cosa umile, e l’acqua è la bevanda dell’umiltà.

Se chiede di essere ricordato per nome: non nominare altri morti quel giorno, perché il morto che ha chiesto vuole il primo posto nella memoria.

§ 5. Cosa fare quando il morto avverte

Quando il morto avverte in sogno, osserva bene l’avvertimento.

Se avverte di pericolo: stai in guardia nei nove giorni seguenti. Non uscire di notte. Non passare per il luogo che il morto ha mostrato. Non fidarti della persona che il morto ha mostrato.

Se avverte di morte: digiuna tre giorni, e offri un sacrificio al mundus di casa. La morte che il morto annuncia può essere la tua, o di un membro della famiglia. Solo il tempo lo dirà.

Se avverte di tradimento: non fidarti della persona che il morto ha indicato. Stai lontano, ma non accusare, perché l’accusa può essere falsa, e la falsa accusa è peccato.

Se avverte di occasione: corri. L’occasione è cosa che passa, e il morto che avverte di occasione ti sta dando il tempo. Cogli il tempo, e ricorda il morto con gratitudine.

§ 6. Cosa fare quando il morto non riesce a restare

Quando il morto torna ripetutamente, e i sogni si moltiplicano, è segno che il morto non riesce a restare nel mondo dei morti.

Le cause possono essere tre:

Il morto è morto in modo violento, e non ha avuto tempo di prepararsi al passaggio. Va fatto un rito di commiato speciale, con offerta di sangue di animale nero alla tomba.

Il morto ha una cosa in sospeso con la famiglia: un debito, una lite, una promessa non mantenuta. La cosa va risolta, e poi il rito di commiato si fa.

Il morto è stato mal sepolto: il corpo non è stato composto secondo il rito, o la tomba è stata violata, o l’iscrizione è sbagliata. La tomba va ispezionata, e l’errore va corretto.

In tutti questi casi, il nethśr di famiglia va consultato, e il rito di commiato va fatto con la sua assistenza.

§ 7. Il sogno del morto che non si ricorda

Talvolta il morto torna in sogno, ma l’operatore non ricorda il sogno al risveglio. È segno che il sogno è stato troppo pesante per la memoria, o che il morto ha cancellato il ricordo.

In questo caso, digiuna un giorno, e dormi di nuovo alla tomba del morto, o alla soglia di casa. Il sogno tornerà, e questa volta lo ricorderai.

Se il sogno non torna la seconda volta, il morto non ha più nulla da dire, e il silenzio è la sua pace.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il capitolo sul “ritorno nel sogno” è la parte con la base documentaria più diretta del libro, in quanto il sogno del defunto che chiede è una categoria ampiamente attestata in area mediterranea antica:

— Le Parentalia romane (Ovidio, Fasti II 533–570) mostrano una struttura di “ritorno calendariale” dei morti che ha radici etrusche secondo la stessa tradizione antica.

— La tradizione oracolare greca (cfr. Plutarco, Mor. 563c–568a, sui sogni di incubazione a Delfi) e la tradizione dei “sogni dei morti” attestano una tipologia coerente: richiesta, avvertimento, e bisogno di commiato.

— La prescrizione del “digiuno per richiamare il sogno” è attestata in area mesopotamica (il shabrû babilonese, cfr. A. L. Oppenheim, The Interpretation of Dreams in the Ancient Near East, 1956) e in area greca (Artemidoro, IV 22, sul sogno indotto da digiuno).

— La “lucerna alla tomba” è attestata dall’iconografia funeraria etrusca (cfr. la Tomba dei Tori a Tarquinia, e la Tomba del Triclinio) e dalla tradizione romana delle Rosalia (cfr. CIL VI, 2120).


CAPITOLO II — Quando il morto non torna più

§ 1. La regola del silenzio

Il morto che non torna più ha tre cause possibili.

È in pace. Il morto ha varcato la soglia, è tra i Mani lontani, e non ha più bisogno di tornare. Questo è il caso più frequente, e il più desiderabile.

È dimenticato. Il morto non è ricordato, e i morti non ricordati si perdono. Senza offerte, senza memoria, il morto si disfa, e non torna più perché non è più.

È ostile. Il morto è in collera con la famiglia, e si rifiuta di tornare. In questo caso il morto può tornare, ma sotto forma di larva, e non di Lar.

§ 2. Come si distingue la pace dall’oblio

La pace si riconosce dal fatto che il morto non dà segni. Non torna in sogno, non appare, non parla. La casa è in ordine, il focolare arde chiaro, i figli crescono, i campi danno frutto.

L’oblio si riconosce dal fatto che la famiglia dimentica. Non si offrono più cibi alla tomba, non si accendono lucerne, non si nominano i morti antichi. In questo caso i morti sono in collera, e la collera si manifesta con disgrazie.

L’ostilità si riconosce dal fatto che la casa è turbata: malattie ripetute, incidenti, liti, rovine. Il morto non è in pace, e va cercato il motivo.

§ 3. Cosa fare quando il morto è in pace

Quando il morto è in pace, non si fa nulla. Si continua a offrire alla tomba nei tempi prescritti (il nono, il trigesimo, l’anniversario), ma non si cerca il sogno, perché il sogno del morto in pace è raro e va lasciato venire.

Si nomina il morto nelle feste di famiglia, perché il nome è memoria, e la memoria tiene vivo il ricordo.

Si tramanda il nome ai figli, talvolta, come secondo nome o come soprannome, perché il nome del morto è ricchezza della stirpe.

§ 4. Cosa fare quando il morto è dimenticato

Quando il morto è dimenticato, lo si richiama.

Il richiamo si fa con un rito detto revocatio, che è un rito di ripresa della memoria.

Il rito si fa di notte, alla tomba, o in casa, presso il focolare.

Si accende una lucerna. Si versa latte e vino. Si dice il nome del morto ad alta voce, tre volte, di seguito.

Poi si dice:

N., ti chiamo. Non sei dimenticato. Ti ricordo. Torna.

Se il morto è solo dimenticato, tornerà in sogno entro nove notti. Se non torna, il problema è più grave: il morto non è più, e va fatta una nuova offerta di commemorazione.

§ 5. Cosa fare quando il morto è ostile

Quando il morto è ostile, lo si placa.

La placazione è un rito difficile, e va fatto con l’aiuto del nethśr.

Si prepara un pasto completo, e si porta alla tomba. Si versa sangue di animale nero (gallo o capra) sulla pietra. Si dice il nome del morto. Si chiede perdono per le offese arrecate.

Si brucia incenso nero (resina di pino). Si dice:

N., ti abbiamo offeso. Ti chiediamo perdono. Non ti dimentichiamo. Accetta il nostro dono, e placa la tua collera.

Se la placazione ha successo, la casa si quieta, e il morto torna in sogno, ma sotto forma di Lar, e non di larva.

Se la placazione non ha successo, e la casa resta turbata, è segno che il morto non è più placabile, e va isolato, con offerte alla soglia della proprietà perché non entri in casa.

§ 6. Il morto che non c’è più

In rari casi, il morto non c’è più. È andato oltre, e non è più raggiungibile.

Questo accade quando:

  • Il morto è morto da più di cinque generazioni, ed è diventato Lar, e poi Lare antico, e poi memoria, e poi nulla.
  • Il morto è morto in terra straniera, e non ha tomba conosciuta.
  • Il morto è morto senza nome, e non ha potuto essere ricordato.

In questi casi il morto non torna, e non si può richiamare. Si onora con offerte generiche ai Mani tutti, e si lascia andare.

§ 7. La differenza tra Lar e larva

Il Lar è il morto in pace, che protegge la casa. Il Lar appare come figura luminosa, e parla con voce chiara. Il Lar è invocato nei pasti di famiglia, e risponde.

La larva è il morto fuori pace, che disturba la casa. La larva appare come figura scura, e parla con voce roca o non parla. La larva è temuta, e va tenuta lontana.

La larva non è necessariamente cattiva. È un morto che ha bisogno, e va aiutato. Ma la larva va aiutata con operatori esperti, perché la larva è pericolosa per chi opera da solo.

Nota del ricostruttore (apparato)

La distinzione tra Lar, Manes e larva è attestata in area romana (cfr. Servio, Aen. III 63; Nonio, p. 138 Lindsay; Festo, p. 273 Lindsay), ma ha radici etrusche documentate. La distinzione tra Lar “luminoso” e larva “scura” è una ricostruzione basata sull’iconografia funeraria etrusca, dove i demoni alati (Vanth, Lasa) appaiono in forme distinte a seconda della funzione (accompagnamento pacifico, o presenza minacciosa).

Il rito del revocatio è attestato in area romana (cfr. Apuleio, Met. II 21, sulla “rievocazione” dei morti), e ha paralleli nella tradizione oracolare greca (cfr. Plutarco, Mor. 568a, sul rito di “rievocazione” a Tera).

L’attribuzione specifica del nethśr come officiante della placazione è ricostruttiva, basata sull’attestazione dei nethsrac come specialisti della comunicazione con i morti (cfr. Plinio, NH XI 103).


CAPITOLO III — Quando il morto torna nella veglia

§ 1. La rarità del ritorno

Il ritorno nella veglia è raro, e il più delle volte è segno di cosa grave.

I motivi del ritorno nella veglia sono quattro:

Pericolo imminente. Il morto viene ad avvertire di un pericolo che non può essere comunicato in sogno, perché il tempo è troppo breve.

Compito urgente. Il morto ha un compito che va compiuto in giornata, e non c’è tempo di attendere il sogno.

Errore del rito. Il morto viene perché qualcosa è andato storto nel rito di sepoltura, o nella commemorazione, o nel passaggio.

Manifestazione di Lar. Il morto è diventato Lar, e si manifesta come tale per prendere il suo posto in casa.

§ 2. Come si riconosce il ritorno nella veglia

Il ritorno nella veglia si riconosce da tre segni:

Il freddo. Il morto che appare porta freddo, perché è di sotto, e il freddo è la sua natura. Se l’aria si fa fredda all’improvviso, senza causa, è segno che un morto è presente.

L’odore. Il morto porta odore di terra umida, di incenso, o di fiori che non sono nella stanza. L’odore è intenso, e resta a lungo.

La luce. Il morto porta luce, ma non luce di fiamma. È una luce fredda, azzurra o verdina, che appare in un angolo, o sopra il letto, o presso la soglia.

§ 3. Cosa fare quando il morto appare nella veglia

Quando il morto appare nella veglia, non ti muovere.

Non ti alzare. Non correre. Non parlare forte. Non piangere.

Il morto è lì per un motivo, e va ascoltato.

Parla con voce bassa, e dì:

N., ti vedo. Cosa vuoi da me?

Il morto risponde. La risposta può essere in parole, o in gesti, o in immagini.

Ascolta, o guarda, e ricorda.

Poi dì:

N., ti ho udito. Farò come chiedi.

Il morto si ritira. Il freddo passa, l’odore passa, la luce si spegne.

A quel punto, sveglia qualcuno in casa, e racconta. Non restare solo dopo un’apparizione nella veglia, perché la solitudine dopo l’apparizione è pericolosa.

§ 4. L’apparizione che parla

Il morto che appare nella veglia e parla è il più raro, e il più importante. Il morto parla con voce chiara, e dice cose che si capiscono perfettamente.

Il morto che parla dice una cosa sola: un comando, un avvertimento, una richiesta. Non dice altro. Il comando va eseguito, l’avvertimento va ascoltato, la richiesta va soddisfatta.

Il morto che parla non si trattiene a lungo. Parla, e poi se ne va. Se tu cerchi di trattenerlo, o di fargli domande, scompare senza rispondere.

§ 5. L’apparizione che non parla

Il morto che appare nella veglia e non parla è il più frequente, e il più difficile.

Il morto si mostra, ma non parla. Guarda. Indica. Tace.

L’operatore deve interpretare i gesti.

Se il morto indica la porta: qualcuno deve uscire, o qualcuno deve entrare, o qualcuno non deve restare.

Se il morto indica il focolare: il focolare è disturbato, e va purificato.

Se il morto indica il letto: qualcuno è malato, o sta per morire.

Se il morto indica il suolo: c’è un pericolo sotto la casa, o un mundus è stato violato.

Se il morto indica sé stesso: sta male, o ha bisogno di qualcosa. Chiedigli, in silenzio, e il gesto ti risponderà.

§ 6. L’apparizione a un fanciullo

I fanciulli vedono i morti più facilmente degli adulti, perché i fanciulli sono ancora vicini al mondo dei morti.

Quando un fanciullo dice di vedere un morto in casa, ascoltalo. Non dirgli che è una fantasia, perché il morto è realmente visto.

Chiedigli: Chi vedi? Se il fanciullo nomina un defunto di casa, è segno che il defunto è presente. Chiedi: Cosa vuole? Se il fanciullo descrive una richiesta, esaudirla.

Se il fanciullo si turba, prendilo in braccio, e dì al morto: N., non spaventare il fanciullo. Parla con me.

Il morto si ritirerà, e parlerà con te in sogno.

§ 7. Cosa non fare quando il morto appare

Non cercare di toccare il morto che appare. Il morto è figura, non corpo, e toccarlo è impossibile, e il tentativo è pericoloso per chi tocca.

Non scacciare il morto con formule. Il morto che appare ha diritto di essere ascoltato, e scacciarlo è oltraggio.

Non chiamare il sacerdote, a meno che l’apparizione sia ripetuta. Per un’apparizione singola, l’operatore di casa basta.

Non raccontare l’apparizione prima di aver fatto ciò che il morto ha chiesto. Il racconto prima del compimento è parola che scioglie.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il “ritorno nella veglia” è la forma più rara del ritorno, ed è attestata principalmente nella tradizione letteraria romana e greca:

— Orazio, Sat. I 8, 23–40, sulla evocazione di un’ombra da parte della maga Canidia, che mostra la tradizione romana tarda di “ritorno nella veglia” come manifestazione di operatore, più che spontanea.

— Plinio il Giovane, Epistulae VII 27, sul sogno “nella veglia” dell’ateniese che vede lo spettro notturno, è uno dei pochi testi che attestano un'”apparizione nella veglia” come fatto spontaneo.

— La tradizione cristiana primitiva (per es. la Vita di Antonio, o i Dialoghi di Gregorio Magno) conserva strutture di ritorno coerenti, benché in ambito culturale modificato.

Per l’area etrusca specifica, l’attestazione diretta del ritorno nella veglia manca, ma è coerente con il sistema culturale ricostruito e con l’iconografia funeraria.


CAPITOLO IV — Quando il morto torna in possessione

§ 1. La possessione è il ritorno estremo

La possessione accade quando il morto entra nel corpo del vivente e parla per bocca sua. È il ritorno più pesante, e il più pericoloso, perché il vivo perde il controllo del proprio corpo, e il morto parla.

La possessione non è frequente, ma quando accade è evento che sconvolge la casa. Il posseduto parla con voce diversa, dice cose che non sa, ha forze che non ha.

La possessione è diversa dalla malattia. Il malato non parla con voce diversa. Il posseduto sì.

§ 2. Come si riconosce la possessione

La possessione si riconosce da cinque segni:

Voce diversa. Il posseduto parla con voce che non è sua. La voce è roca, o acuta, o profonda, e non è la voce che ha di solito.

Lingua diversa. Il posseduto parla una lingua che non conosce, o parla una lingua antica, o parla in etrusco se è romano, o parla in latino se è etrusco.

Forza eccessiva. Il posseduto ha forza che non ha. Solleva pesi che non potrebbe sollevare, o rompe vincoli che non potrebbe rompere.

Conoscenza nascosta. Il posseduto sa cose che non dovrebbe sapere. Dice nomi di morti che non ha conosciuto, o eventi del passato che non ha vissuto.

Resistenza al cibo. Il posseduto non mangia, o mangia cose che non mangia di solito (terra, cenere, carne cruda).

§ 3. Cosa fare quando uno è posseduto

Quando uno è posseduto, non lo si tiene fermo con la forza. Il posseduto ha forza che non ha, e tenerlo fermo è inutile, e talvolta pericoloso.

Si fa così:

Si circonda il posseduto di Lari. Si portano nella stanza le statuette dei Lari di casa, e si pongono ai quattro angoli.

Si chiama il nethśr. Il nethśr è l’unico che può parlare con il morto che possiede.

Si offre al morto-ciò-che-chiede. Se il posseduto parla, e dice cosa vuole, si fa. Il morto che possiede ha uno scopo, e lo scopo va ascoltato.

Si purifica la casa. Mentre il nethśr parla col morto, altri in casa lavano i pavimenti con acqua e alloro, e bruciano incenso.

§ 4. Il dialogo col posseduto

Il nethśr parla col posseduto come parlasse con un morto, perché il posseduto è un morto temporaneo.

Il nethśr dice:

Chi sei? Perché sei qui? Cosa vuoi?

Il posseduto, parlando per bocca del morto, risponde. La risposta può essere in nome, o in gesto, o in frase.

Il nethśr ascolta, e poi dice:

Hai detto. Ti accontenteremo. Ma lascia questo corpo, e va’ in pace.

Il posseduto, se il morto acconsente, si accascia, e poi si rialza come persona che si sveglia.

§ 5. Il posseduto che non si libera

Talvolta il morto non vuole andarsene. In questo caso il nethśr insiste, e se il morto persiste, si fa il rito di scomunica.

Il rito di scomunica si fa solo in casi estremi, perché è rito che fa male al morto e al vivo.

Si legge la formula di scomunica, su lamina di piombo:

N., che possiedi questo corpo, sei scomunicato. Non ti diamo nome, non ti diamo offerta, non ti diamo memoria. Sei cancellato. Va’ nel nulla.

La lamina è arsa, e le ceneri sono sparse in un fiume.

Il posseduto si libera, ma il morto è perduto, e non potrà mai più tornare come Lar.

§ 6. La possessione che ritorna

Talvolta la possessione ritorna, anche dopo il rito di liberazione. Questo accade quando:

  • La causa della possessione non è stata rimossa (un debito, una lite, un compito non compiuto).
  • Il morto è particolarmente ostinato, e va placato con offerte straordinarie.
  • Il posseduto ha una predisposizione, e va isolato dai luoghi sacri per un tempo.

In questi casi si consulta il nethśr più anziano, o il sacerdote di Veltune, e si fa un rito di lungo periodo.

§ 7. La possessione benigna

Alcune possessioni sono benigne. Il morto che possiede non fa male, e parla con dolcezza. È un morto che ha amato il posseduto in vita, e ora lo protegge.

In questi casi non si scaccia il morto, ma si lascia che resti. Il posseduto vive con il morto accanto, e il morto lo aiuta.

Ma attenzione: la possessione benigna può diventare maligna, se il morto è disturbato. In questo caso si fa il rito di allontanamento, che è più gentile della scomunica.

Nota del ricostruttore (apparato)

La possessione è attestata estesamente in area mediterranea (cfr. i PGM, le laminette orfiche, le tradizioni sumeriche e babilonesi), ma per l’area etrusca specifica l’attestazione diretta è limitata all’iconografia funeraria delle “danze estatiche” e delle “figure in trance” presenti nelle tombe (cfr. la Tomba degli Auguri, la Tomba della Pulcella a Tarquinia).

La prescrizione del “non tenere fermo con la forza” è coerente con la tradizione documentata di gestione della possessione in area mediterranea antica (cfr. le prescrizioni di Plutarco, Mor. 563d–e, sulla possessione oracolare a Delfi).

La “scomunica del morto” è attestata nella tradizione cristiana primitiva (cfr. i damnatio memoriae dei defunti eretici, e i riti di excommunicatio dei morti), ma è ricostruita qui in forma coerente con il sistema pre-cristiano etrusco ricostruito.


CAPITOLO V — Del morire e del non-morire

§ 1. La soglia della morte

Il morire è il passaggio della soglia massima, e va trattato come tale.

Quando un membro della casa sta per morire, si fanno tre cose:

Si chiama il nethśr, perché il morente va accompagnato, e l’accompagnamento è ufficio del nethśr.

Si accende una lucerna, perché il morente vede meglio la via che gli si apre.

Si chiudono le imposte, perché il morente non sia distratto dalla luce del giorno.

§ 2. Le parole al morente

Al morente si dicono poche parole, e tutte giuste.

Si dice il nome del morente. Il morente ha bisogno di sapere chi è, per poter morire in pace. Senza nome, non sa dove andare.

Si dice il nome della madre. Il morente ha bisogno di ricordare la madre, che è la soglia tra la vita e la morte, e che lo aspetta.

Si dice “va'”. Il morente ha bisogno di sapere che è libero di andare. Se gli si dice “resta”, il morente resta, e la sua anima si tormenta.

Non si dice “non andare”. Non si dice “ritorna”. Non si dice “rimani”. Queste sono parole che legano il morente alla terra, e il morente legato non varca la soglia, e diventa larva.

§ 3. L’ultimo respiro

Quando il morente esala l’ultimo respiro, si osserva il volto. Se il volto è in pace, il morente è passato. Se il volto è turbato, il morente non è passato, e va aiutato.

Per aiutare il morente non passato:

Si accende un’altra lucerna, e la si pone vicino al corpo.

Si dice il nome del morente, tre volte, ad alta voce.

Si versa acqua sul pavimento, perché il morente veda la via dell’acqua.

Si accende incenso, perché il morente sia portato dal fumo.

Quando il volto si quieta, il morente è passato.

§ 4. Il corpo dopo la morte

Dopo la morte, il corpo va composto secondo il rito.

Si lava il corpo con acqua di pozzo sacro, e si unge con olio di noce.

Si cinge il corpo con una fascia di lino bianco, e si pone una moneta in bocca (per il traghettatore, o per il passo).

Si pone il corpo sul letto, con la testa verso la porta.

Si accendono due lucerne, una ai piedi e una al capezzale, perché il morto vede.

§ 5. La veglia

La veglia dura una notte, o due, secondo la tradizione di casa.

Durante la veglia:

  • I familiari stanno accanto al corpo.
  • Non si ride, non si scherza, non si mangia.
  • Si canta il lamento funebre (nenia), in coro, a bassa voce.
  • Si raccontano le gesta del morto, perché la memoria sia tenuta.

§ 6. Il non-morire

In rari casi, una persona non muore veramente. Il corpo sembra morto, ma l’anima non è passata.

I segni del non-morire sono:

  • Il corpo non si raffredda, o si raffredda solo parzialmente.
  • Il volto non è in pace, ma contratto.
  • Le labbra non sono pallide, ma violacee.

In questi casi, non si seppellisce. Si attende. Si chiama il nethśr, che ha l’esperienza di distinguere il morto dal non-morto.

Se il non-morto si risveglia, è segno che la sua ora non era giunta. Si porta via dalla stanza, e si cura.

Se il non-morto non si risveglia, ma il corpo non marcisce, è segno che l’anima è altrove, e non tornerà. Il corpo va conservato, talvolta, come reliquia.

§ 7. Il morto che rifiuta la morte

Talvolta il morto rifiuta la morte, e lotta per restare.

Questo accade quando:

  • Il morente ha un compito incompiuto, e non vuole lasciare la terra prima di averlo compiuto.
  • Il morente è stato ucciso, e non vuole accettare la morte prematura.
  • Il morente è un malvagio, e non vuole andare incontro al giudizio dei morti.

In questi casi il corpo si agita, il volto è contratto, e talvolta il corpo parla, con voce roca.

Per liberare il morente che rifiuta la morte:

Si chiama il sacerdote di Veltune, che ha autorità di sciogliere i vincoli.

Si brucia incenso nero (resina di pino), che è gradito ai morti ribelli.

Si dice al morente: Va’. Il tuo compito è compiuto. La tua ora è giunta. Va’.

Se il morente non si quieta, si legge la formula di scomunica (§ Cap. IV, § 5). È atto estremo, ma necessario.

§ 8. Il morire in terra straniera

Chi muore in terra straniera ha un problema: non ha tomba, e la sua anima non sa dove andare.

In questo caso:

  • Il corpo va riportato in patria, se possibile.
  • Se non è possibile, si seppellisce in terra straniera, ma si fa un cippus di pietra con il nome e l’iscrizione, perché il morto sia ricordato.
  • La famiglia, in patria, fa le offerte al cippus, come se fosse una tomba.

§ 9. Il morire bambino

I bambini che muoiono piccoli hanno un destino particolare: non sono ancora passati del tutto nel mondo dei vivi, e dunque non sono ancora morti del tutto.

I bambini morti non si piangono come gli adulti. Si piangono in silenzio, e si pongono in piccole tombe ai margini della necropoli, dette tombe degli innocenti.

I bambini morti tornano spesso come Lar, perché non hanno avuto tempo di diventare Mani. Per questo le madri dei bambini morti hanno sogni frequenti, e non devono temere.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il capitolo sul morire è quello con la base documentaria più ricca del libro, in quanto il rituale funerario etrusco è attestato estesamente dall’archeologia:

— Le tombe aristocratiche di Tarquinia, Cerveteri, Chiusi, Orvieto mostrano una ricchezza di corredi, di iscrizioni, e di iconografie funerarie che attestano la complessità del rito di passaggio (cfr. la sintesi di F. Coarelli, in StEtr 56, 1988).

— La presenza della moneta in bocca del defunto è attestata in area etrusca (cfr. la Tomba dei Capitelli, e i corredi di Vulci) e richiama la tradizione greca del ναῦλον per Caronte.

— La nenia è attestata in area romana (cfr. Orazio, Epist. I 1, 21; Ovidio, Tristia V 1, 11; e le discussioni di M. Barchiesi, in Maia 14, 1962), ma ha radici etrusche documentate dalla tradizione letteraria.

— Il rito del “non-morire” è attestato nella tradizione greca (Plutarco, Mor. 563b, sul “morto apparente” a Mantinea) e nella tradizione romana (Plinio, NH VII 124–125, sui casi di morte apparente). L’attestazione specifica etrusca manca, ma la pratica è coerente con la concezione ricostruita dell’anima come “soffio” che può restare o partire.


CAPITOLO VI — Dei ritorni non di sangue

§ 1. Lo sconosciuto che appare

Talvolta il morto che torna non è della stirpe, e non è conosciuto.

È un morto di altra famiglia, che ha bisogno di aiuto, e sceglie un operatore tra i vivi perché lo aiuti.

Lo sconosciuto si riconosce dal fatto che non dice il suo nome, o dice un nome falso, o dice un nome che non è registrato in alcuna memoria di famiglia.

Lo sconosciuto ha un compito urgente: portare un messaggio a qualcuno, o risolvere una cosa sospesa, o compiere un rito che non è stato fatto.

§ 2. Cosa fare quando appare lo sconosciuto

Quando appare lo sconosciuto, lo si ascolta, e si fa ciò che chiede. Ma non si entra nella sua storia, perché la sua storia non è la nostra.

Si dice:

N., ti ascolto. Cosa vuoi che faccia per te?

Lo sconosciuto risponde. Si fa il compito. Si dice:

N., ho fatto. Va’ in pace.

Lo sconosciuto se ne va, e non torna più.

§ 3. L’antenato lontano

Talvolta il morto che torna è un antenato di molte generazioni, che l’operatore non ha mai conosciuto in vita.

L’antenato lontano appare come figura venerabile, e parla con voce di comando.

L’antenato lontano chiede:

  • Che la sua tomba sia restaurata.
  • Che le offerte siano rinnovate.
  • Che un rito antico sia rifatto.

L’antenato lontano ha autorità sulla stirpe, e va obbedito.

§ 4. Il defunto di altra famiglia

Il defunto di altra famiglia appare talvolta a un operatore, perché l’operatore è adatto a riceverlo.

In questo caso l’operatore ha un dovere: portare il messaggio alla famiglia del defunto.

Il messaggio va portato di persona, alla famiglia, e va detto con le parole esatte usate dal defunto.

La famiglia può accettare o rifiutare il messaggio. Se accetta, ringrazia l’operatore con un dono. Se rifiuta, non insiste.

§ 5. Il defunto che non riposa mai

Alcuni defunti non riposano mai. Sono i morti di morte violenta, i morti in terra straniera, i morti senza sepoltura, i morti di maledizione.

Questi morti appaiono frequentemente, e sono pericolosi.

Per liberare un morto che non riposa mai, si fa il rito del commiato perpetuo, che è il rito massimo.

Il rito si fa una volta sola, e scioglie il morto per sempre.

Si compone un pasto completo, e si porta alla tomba del morto (o al luogo dove è morto). Si dice il nome del morto, la sua storia, e il modo in cui è morto.

Poi si dice:

N., sei stato tra noi. Hai avuto la tua parte di vita. La tua morte è stata la tua morte, e noi non possiamo mutarla. Ora va’. Va’ oltre il mondo, oltre il tempo, oltre la memoria. Non tornare più.

Si versa sangue di animale nero sulla tomba. Si brucia la veste del morto. Si chiude la tomba con una pietra, e non si riapre più.

Il morto, se accetta, se ne va. Se non accetta, la tomba va sigillata con formule di scomunica, e abbandonata.

§ 6. Il ritorno come saluto

Talvolta il morto torna in sogno per salutare, e non per chiedere.

Il morto appare, guarda l’operatore con affetto, sorride, e se ne va.

Questo è il ritorno più bello, e il più raro. Il morto è in pace, e torna solo per dire che è in pace.

In questo caso non si fa nulla. Si dice solo:

N., ti ho visto. Stai in pace.

E il sogno finisce, e l’operatore si sveglia con gioia.

Nota del ricostruttore (apparato)

Il “ritorno come saluto” è attestato nella tradizione orfica delle laminette auree (OF 474 Bernabé), dove il defunto beato incontra altri defunti beati e li saluta. L’idea del “saluto” come forma pura del ritorno è una ricostruzione basata sull’analogi strutturale con la tradizione orfica.

Il “rito del commiato perpetuo” è attestato in area greca (cfr. Plutarco, Mor. 563e, sul rito di “compianto” ai Cadmei di Sicione) e nella tradizione cristiana primitiva (cfr. i riti di depositio dei martiri, e le translationes dei santi). L’attestazione specifica etrusca manca, ma la pratica è coerente con il sistema culturale ricostruito.

La prescrizione che “il defunto di altra famiglia” porti messaggio alla famiglia è attestata nella tradizione oracolare greca (cfr. Erodoto, VII 114, sui messaggi dei morti ai vivi).


CAPITOLO VII — Delle offerte ai morti che tornano

§ 1. La tavola delle offerte

I morti che tornano hanno esigenze diverse, e le offerte variano.

Tipo di mortoOffertaTempoLuogo
Morto che chiede cibopane, fave, latte, vinoentro 3 giornitomba
Morto che chiede memorialucerna accesanotte senza lunatomba
Morto che chiede perdonoacqua versata, digiunoentro 9 giornitomba
Morto che chiede compitocompimento del compitoentro 9 giornisecondo il compito
Morto che avverteofferta di ringraziamentoentro 9 giornitomba
Morto ostilepasto completo, sangue nerodopo placazionetomba
Morto dimenticatolatte, vino, lucernaentro 9 giornitomba o focolare
Morto in possessionesecondo la richiestaimmediatosecondo la richiesta
Sconosciutosecondo la richiestaimmediatosecondo la richiesta
Antenato lontanoincenso, olio, ripristinoentro 30 giornitomba antica
Morto che non riposa mairito del commiato perpetuouna volta solatomba o luogo di morte
Morto che salutanessuna offerta

§ 2. La formula dell’offerta al morto che torna

Quando fai un’offerta a un morto che è tornato, dì:

N., che sei tornato, accogli questo dono. Ti ricordo, e tu sei ricordato. Stai in pace, o dimmi cosa vuoi ancora.

Posa l’offerta. Aspetta un istante. Se l’offerta è accettata, l’aria si muove, o la lucerna tremola, o senti un sospiro.

Se l’offerta non è accettata, l’aria è ferma, la lucerna è ferma, e il silenzio è totale. In questo caso cambia l’offerta, o chiedi al morto cosa vuole.

§ 3. Le offerte che non si fanno

Ai morti che tornano non si offrono:

  • Fiori freschi (i fiori appassiscono, e il morto non ama ciò che appassisce).
  • Vesti nuove (il morto non ha più corpo, e non veste).
  • Armi (il morto non combatte più).
  • Gioielli (il morto è oltre il valore).

Si offrono cibi, bevande, incenso, olio, e il ricordo.

§ 4. La fine del ritorno

Quando il morto ha finito di tornare, e l’operatore ha soddisfatto le richieste, il morto si ritira, e non torna più.

L’operatore riconosce la fine del ritorno dal fatto che:

  • Il morto non appare più in sogno.
  • Il morto non appare più nella veglia.
  • La casa è in pace.

A quel punto, l’operatore fa un’offerta di ringraziamento, e dice:

N., ti ho aiutato. Ora sei in pace. Stai in pace.

Il rito è finito, e l’operatore può tornare alla vita ordinaria.

Nota del ricostruttore (apparato)

La tavola delle offerte è una ricostruzione basata sulla logica del sistema, coerente con le tradizioni documentate in area italica e mediterranea:

— Le Parentalia romane (Ovidio, Fasti II 533–570) mostrano una struttura di offerte calendariali ai morti che tornano, con differenziazione per tipo di morto e per tipo di richiesta.

— La tradizione greca dei nekrodeipna (“cene dei morti”) attestata da Plutone e da Platone ( Leg. X 909d) mostra una struttura analoga di offerte differenziate.

— Le prescrizioni sulle offerte ai morti che tornano richiamano la tradizione documentata delle “cene funebri” etrusche (cfr. Porfirio, De abst. II 14; Tertulliano, Test. an. 4), che attestano una pratica strutturata di offerte alimentari ai defunti.


CAPITOLO VIII — La tavola dei ritorni

§ 1. La tavola riassuntiva dei ritorni

La tavola che segue raccoglie i tipi di ritorno, le cause, i segni, e le risposte.

Tipo di ritornoCausaSegnoRisposta dell’operatore
Ritorno nel sogno (chiede)il morto ha bisognosogno nitido, volto chiaroofferta secondo la richiesta
Ritorno nel sogno (avverte)il morto ha vistosogno nitido, gesto di avvertimentoascolto, prudenza
Ritorno nel sogno (non riposa)morte violenta, lite, tomba violatasogno ripetutorito di commiato
Ritorno nella vegliapericolo urgente, errore di ritofreddo, odore, luceascolto, esecuzione
Ritorno in possessionemorto senza pace, debito, litevoce diversa, forza, conoscenzaplacazione, nethśr
Sconosciuto che apparemorto di altra famigliafigura sconosciuta, messaggioesecuzione del compito
Antenato lontanotomba in rovina, offerta mancantefigura venerabile, comandorestauro, ripristino
Defunto di altra famigliamessaggio da portarefigura gentile, preghieraportare il messaggio
Morto che non riposa maimorte violenta, maledizioneritorni ripetuti, casa turbatarito del commiato perpetuo
Morto che salutapace del defuntosogno lieto, figura sorridentenessuna offerta, solo saluto

§ 2. La regola generale

La regola generale del ritorno è questa:

Il morto torna perché ha bisogno, e chi torna non è nemico. Il morto è di famiglia, anche se è di antica memoria, anche se è di altra stirpe. Chi è tornato chiede, e a chi chiede si dà.

Ma la regola ha un’eccezione: il morto che torna sotto forma di larva, o che possiede con violenza, o che rifiuta la pace nonostante le offerte, non è di famiglia, ma è di sotto. E a chi è di sotto si fa il rito di scomunica, e si lascia andare.

§ 3. La differenza tra ritorno e apparizione spontanea

Il ritorno è causato da un bisogno del morto, e l’operatore è strumento del ritorno.

L’apparizione spontanea è causata dalla volontà del morto, senza bisogno. Il morto appare per ricordarsi, o per proteggere, o per mostrare qualcosa.

L’operatore non può causare il ritorno. Può solo predisporre le condizioni perché il morto, se vuole, torni.

L’operatore non può causare l’apparizione. L’apparizione è dono, non lavoro.

§ 4. L’operatore che non vuole essere operatore

Talvolta l’operatore è scelto dai morti senza che lui lo voglia. I morti lo cercano, e lui vorrebbe non essere cercato.

In questo caso l’operatore ha due strade:

Accettare. Accetta di essere operatore, e impara l’arte. È la via più comune.

Rifiutare. Rifiuta di essere operatore, e fa un rito di rinuncia. Il rito si fa una volta sola, e libera l’operatore dal dono.

Ma attenzione: il rito di rinuncia non è gradito ai morti, e talvolta i morti si irritano con chi rifiuta. La rinuncia va fatta solo in casi estremi, e con l’assistenza del nethśr.

LIBRO DECIMO — TAVOLE

(Canoni, corrispondenze della materia, catalogo delle potenze e regole del corpo)


TAVOLA I — Dei giorni fausti, infausti e fessurati

Giorno / TempoNatura del giornoOpera consentitaOpera vietata sopra ogni cosa
Calende (I del mese)Giorno della soglia e dell’apertura; sacro a Uni e a IanusPurificazioni del focolare; rinnovamento delle difese; accensione del fuoco vergine.Legature d’odio; scavo di fosse tombali; sortilegi d’invidia.
None (V o VII del mese)Giorno del nodo lunare; mutamento delle acqueMedicamenti interni delle donne; legature di fasciatura; filtri d’amore leggeri.Chiodi di defixio; maledizioni giudiziarie; evocazioni d’avi.
Idi (XIII o XV del mese)Plenilunio; massima luce celeste; sacro a TiniaOfferte ai Celesti; lustrazione degli armenti; benedizione dei cippi confinari.Operazioni sotterranee; magia di bucchero; avvicinamento ai sepolcri.
Nundine (ogni IX giorno)Giorno del mercato e dell’incontro; passaggio d’estraneiOfferta al Lar domestico (libum); rottura delle legature; scioglimento di nodi.Tracciare solchi di confine; seppellire piombi scritti; fare patti occulti.
Mundus Patet (24 Ago / 5 Ott / 8 Nov)Giorno della fessura; la terra respira senza diaframmaPasto per gli antenati; evocazioni di sangue; lamine mortali da camera.Andare a battaglia; prendere moglie; levare l’aratro dal capannone; concepire.
Tre notti di Luna spenta (intermenstruum)Il cielo è cieco; gli dèi dell’alto non guardanoDefixiones giudiziarie; legature d’ardore su cera; invocazione di Culsu e Mania.Riti di salute; tagli d’alberi da frutto; toccare i bambini con le mani nude.
Giorno di folgore (Bidental)Tinia ha segnato la terra col fuocoSeppellire la pietra fulminata; recintare il pozzo sacro; invocazioni di terrore.Riaprire la terra recinta; toccare il terreno coi piedi scalzi; parlare ad alta voce.

TAVOLA II — Delle veglie della notte e dei loro custodi

Le dodici ore della notte si spartiscono in quattro veglie (vigiliae), governate ciascuna da un ministro del fondo:

[TRAMONTO] ------------------------------------------------------------------
  │
  ├─ I VEGLIA (Dall'imbrunire alla scomparsa dell'ultimo chiarore)
  │   Custode: VANTH (La guardiana del rotolo e del passo)
  │   Carattere: Calmo, inesorabile, pesante.
  │   Opere: Ungere la soglia, chiudere le ciste, stendere la lana rossa.
  │
  ├─ II VEGLIA (Dalla prima oscurità compiuta alla mezza notte)
  │   Custode: CULSU (La portinaia delle chiavi e delle chiusure)
  │   Carattere: Serrato, freddo, vincolante.
  │   Opere: Scrittura delle lamine di piombo, trapasso coi sette aghi, legature d'ossa.
  │
  ├─ [CULMINE DELLA NOTTE: L'ORA MUTILATA]
  │   Custodi: AITA e MANIA (I signori della voragine)
  │   Carattere: Famelico, cieco, mortifero.
  │   Opere: Cacciata delle larve con le fave nere, rovesciamento della malia, cenotafi.
  │
  ├─ III VEGLIA (Dalla mezza notte al primo canto del gallo)
  │   Custode: ŚURI (L'oscuro Apollo delle sorgenti sulfuree e del lupo)
  │   Carattere: Bruciante, febbrile, purificatore per distruzione.
  │   Opere: Cottura dei filtri velenosi, trapianto del male nel tronco d'albero, zolfo.
  │
  ├─ IV VEGLIA (Dal canto del gallo al filo d'aurora)
  │   Custodi: LE LASAS (Le messaggere dell'aria bassa e del ritorno)
  │   Carattere: Fuggevole, umido, incerto.
  │   Opere: Scioglimento delle fatture nell'acqua viva, dispersione delle ceneri ai bivi.
  │
[AURORA] --------------------------------------------------------------------

TAVOLA III — Della natura dei materiali

1. Metalli
  • Piombo (plumbum): Freddo, sordo, figlio dell’abisso. Si adopera solo per congelare la parola, spegnere i processi, fermare i nemici e chiamare la bara. Non si riscalda al fuoco durante il rito; si piega a crudo.
  • Bronzo (aes): Metallo della transizione e del confine. Fonde e suona. Protegge contro i fantasmi, serve per gli aghi d’amore, le bullae dei fanciulli e le scuri di purificazione. Scaccia le larve con il clangore.
  • Ferro (ferrum): Ostile alle ombre, metallo di Marte e dell’aratro. Taglia il vincolo sacrale; ferisce i Lari; bandisce la presenza degli avi. Si usa solo come schermo sulla soglia (chiodi di carro) per impedire il transito del fascino.
  • Oro (aurum): Metallo incorruttibile del sole. Proibito nelle lamine di defixio; proibito nei pasti funebri; consentito solo per anelli di sposa che non debbano mai toccare terra.
2. Legni
  • Fico selvatico (caprificus): Maschio, sterile, nascente tra le crepe dei sepolcri. Brucia rapido senza brace duratura. Si usa per cuocere i veleni, le legature e le immagini di scherno.
  • Leccio e Quercia (ilex, quercus): Legni duri, signori del focolare e del cippo. Trattengono la memoria del fulmine. Ottimi per le ciste dei Penati e i tasselli per chiudere i mali negli alberi.
  • Corniolo (cornus): Flessibile, tenace, legno dell’asta da guerra e delle verghe sacre. Si usa per battere il bronzo durante la cacciata delle larve e per dissotterrare i vasi senza usare ferro.
  • Cipresso (cupressus): L’albero che reciso non getta più germoglio. Segno di morte definitiva. Il suo ramo sbarra la soglia al contagio; il suo fumo calma il morente.
3. Liquidi e umori
  • Acqua di sorgente viva: Pura, non contaminata da piombo o mano d’uomo. Lava la colpa, disperde i filtri disciolti, consacra il bronzo.
  • Acqua stagnante o di pozzo fondo: Sorda, carica di terra pesante. Riceve le lamine di odio, accoglie le ciotole dei nemici, trattiene ciò che deve imputridire.
  • Latte di capra nera: Il sostituto del sangue ctonio per le offerte non cruente; calma l’ira delle Lasas; spegne l’ardore delle ferite da malia.
  • Aceto forte (acetum): Scioglie la materia, inasprisce la vista dell’invidioso, allontana la matrice capovolta, brucia le tracce del fascino sulla polvere della porta.

TAVOLA IV — Dei nomi e degli uffici delle potenze

                        [TINIA - Cielo / Folgore]
                                    │
    ┌───────────────────────────────┴──────────────────────────────┐
    │                                                              │
[MONDO DEI VIVI]                                            [MONDO DEL PROFONDO]
    │                                                              │
    ├─ VEI (Madre della terra arata, nutrice delle messi)         ├─ AITA (Il signore col copricapo di lupo:
    ├─ TURAN (Signora del desiderio e dell'attacco carnale)        │         trattiene e non rilascia)
    ├─ NETHUNS (Signore delle acque salse e delle vene fonde)      ├─ PHERSIPNAI (Regina sotterranea delle ombre)
    ├─ I LARI (Gli avi custodi del focolare e della stirpe)        ├─ MANIA (Madre orrenda delle larve e dei mostri)
    │                                                              ├─ ŚURI (L'Orco nero, dio della purificazione
    │                                                              │        per fuoco e del morbo nelle mandrie)
    │                                                              │
    └───────────────────────[LA SOGLIA LIMINALE]───────────────────┘
                                    │
                    ┌───────────────┴───────────────┐
                    │                               │
                [CULSU]                          [VANTH]
         (Portinaia delle chiavi;          (Guerriera alata con torcia;
          serra ciò che è aperto)           pesa l'ora del trapasso)
                    │                               │
                [CHARUN]                       [TUCHULCHA]
         (Demone col martello;            (Mostro avvoltoio con serpenti;
          abbatte il soffio vitale)        castigatore dell'empiezza)
  1. Aita: Si invoca solo per le legature irrevocabili e per i morti di sangue. Non promettergli doni della casa; esige terra, piombo e sangue di pecora nera.
  2. Culsu: Signora dei battenti e dei cancelli dell’Averno. Si cita quando si piega la lamina, quando si stringe il settimo nodo e quando si serra un vaso di terracotta con la calce.
  3. Vanth: Soccorritrice dell’anima nel buio. Si invoca a voce bassa al capezzale dell’agonizzante; tiene lontane le unghie delle larve con la vampa della sua fiaccola di pece.
  4. Charun: Non ascolta preghiere di pietà. Il suo martello fissa il chiodo nel muro dell’orco; si cita nelle formule di condanna per indicare che il nemico è stato colpito alla testa.
  5. Tuchulcha: Demone del ribrezzo e del rimorso. Lo si scaglia contro chi ha tradito un giuramento domestico o ha violato il letto del fratello.
  6. Śuri: Dio del fuoco sotterraneo e della rupe vulcanica. Si invoca nelle febbri ardenti, per purificare i campi pestilenti e per consacrare il piombo fuso prima della scrittura.

TAVOLA V — Delle formule fisse e brevi

1. Formula della legatura di piombo (Da incidere)

«Come questo metallo è muto, freddo e sepolto,
così la lingua, il membro e il volere di N. siano muti, freddi e sepolti per me.»

2. Formula dello scioglimento fluviale (Da gridare sull’onda)

«Ciò che fu stretto è lento; ciò che fu chiuso è aperto.
L’acqua porta al mare; la terra cancella la piaga.
N. torna al suo sangue; io torno alla mia pace.»

3. Formula dello scudo di soglia (Da mormorare battendo il chiodo)

«Pietra su pietra, ferro su ferro.
L’invidia rimbalzi; il veleno si secchi; l’ospite con dolo inciampi sul gradino.
La casa è un monte; la soglia è un baratro.»

4. Formula del commiato ai morti (Da pronunciare spezzando il vaso)

«Mani della stirpe, avete bevuto e mangiato.
La pietanza è finita, la notte declina.
Tornate alle vostre sedi di pietra; non guardate indietro; lasciate il giorno ai vivi.»

5. Formula della deviazione del male (Sopra l’albero o la pietra)

«Non in me, non nella carne mia, non nel tetto mio.
Prenditelo tu, ceppo sterile; bevitelo tu, sasso di via.
Il male cammini per la rupe; la salute rimanga nel midollo.»


TAVOLA VI — Dei grandi divieti (Tabuistica ferma)

  1. Il divieto del ferro nel sacro: Mai usare coltello, lesina o chiodo di ferro per tagliare piante medicamentose, incidere lamine per gli dèi dell’alto o della soglia, intagliare simulacri dei Lari, o recidere nodi di vita. Il ferro è metallo cieco che spaventa le potenze geniali e cancella l’efficacia del rito. Usa bronzo battuto, ossa aguzze o selce scheggiata.
  2. Il divieto delle fave a mezzodì: Mai mangiare fave fresche né guardare un campo di fave in fiore nelle ore in cui il sole tocca il culmine del cielo. I pori dello stelo della fava comunicano con le stanze di Aita; il fiore porta le macchie nere del pianto sotterraneo; mangiarle di giorno appesantisce il fegato con le scorie delle anime erranti.
  3. Il divieto del ritorno dello sguardo (Aversio): Quando getti i cocci di un vaso lustrale, quando rovesci le ceneri di un focolare contaminato a un trivio, o quando deponi una lamina nella tomba d’altri, allontanati camminando dritto senza voltare il collo per nessuna causa. Se ti volti, l’ombra espulsa riconosce il tuo volto e ti entra dagli occhi, e l’ultimo male sarà peggiore del primo.
  4. Il divieto del nome proprio della sposa e del morto al buio: Non chiamare la donna tua col suo nome intero di stirpe durante l’atto dell’amore notturno, per non consegnarla alla brama delle larve spente; e non nominare il padre defunto dopo che la lucerna è stata coperta con la cenere.
  5. Il divieto dell’acqua di pioggia caduta sulle tombe: Mai raccogliere per le preparazioni di casa l’acqua che ha lavato i cippi funerari o i tetti dei tumuli: quell’acqua è bevanda di morti e toglie la fecondità alle vacche e alle spose.

TAVOLA VII — Della disciplina del corpo e delle membra

1. Della testa (Coperta e scoperta)
  • A capo coperto (Capite velato): Si opera con un lembo della tunica sollevato sopra la nuca ogni volta che si sacrifica agli dèi sotterranei (Aita, Mania, Suri), quando si scavano fosse nel terreno e quando si pronunciano formule di legatura. La vista del sacerdote deve essere isolata dal cielo per non contaminare le stelle col fiato dell’abisso.
  • A capo scoperto (Capite aperto): Si opera con la testa nuda, i capelli sciolti e non legati da reticelle o nastri quando si purifica la casa, quando si chiama l’anima del disperso o quando si compie il salto del solco protettivo. Nessuna barriera deve frapporsi tra il respiro e l’aria pura dei Celesti.
2. Dell’uso delle mani
              [MANO DESTRA]                              [MANO SINISTRA]
      (Mano del patto e della vita)              (Mano del fondo e del segreto)
                   │                                            │
  - Versa il latte ai Lari tutelari.            - Tiene lo stilo che incide il piombo.
  - Spacca il pane del focolare.                - Infigge i sette aghi nella cera.
  - Traccia il solco con l'aratro.              - Raccoglie la terra dai sepolcri.
  - Stringe la mano dell'ospite.                - Fa cadere le gocce d'olio diagnostiche.
  - Toglie i nodi della liberazione.            - Maneggia i cocci di bucchero nero.
3. Dei pollici
  • Il pollice destro: È il dito della vita generativa e del comando. Con esso si comprime la terra sopra la fessura del grano e si benedicono le fasciature dei bambini.
  • Il pollice sinistro: È il dito della chiusura e del sigillo muto. Con esso si premono le tre pieghe della lamina di piombo e si chiudono le palpebre del cadavere; non deve mai toccare la coppa da cui beve il vivente.
4. Dei gesti sacri delle dita
  • La Fica (Manus ficulnea): Il pugno chiuso con il pollice serrato tra l’indice e il medio. È il simulacro dell’unione feconda e della porta del grembo. Si protende verso il buio per sbarrare il passo alle larve erranti e accecare l’invidia dell’occhio fascinatore.
  • La Decussatio (Le braccia a croce): Le braccia incrociate sul petto, la mano destra sulla spalla sinistra e la sinistra sulla destra. È la posa dell’ombra pacificata nel sarcofago; arresta il flusso di sangue caldo e dichiara la chiusura di ogni discorso coi vivi.
  • L’inginocchiamento asimmetrico: Non prostrarsi mai a due ginocchia come gli schiavi d’Oriente: l’uomo libero piega il solo ginocchio sinistro quando tocca la terra per parlare agli inferi, mantenendo il piede destro saldo e puntato sulla pianta, pronto a balzare in piedi se la terra dovesse fendersi sotto il peso dell’evocazione.

NOTA DEL RICOSTRUTTORE (APPARATO FILOLOGICO-ARCHEOLOGICO)

Il Libro Decimo raccoglie in forma di tavole sinottiche e canoni normativi il substrato teorico, materiale e calendariale della sapienza esecutiva etrusco-italica, offrendo le chiavi strutturali per comprendere l’ingranaggio dei libri precedenti.

  1. Il calendario rituale e i giorni fessurati (Tavola I):
    La nozione dei giorni fasti, nefasti e dei tempi liminali poggia direttamente sulle attestazioni calendariali indigene, prime fra tutte il Liber Linteus di Zagabria (il più lungo testo etrusco superstite, conservato sulle bende di una mummia d’epoca tolemaica ma riflettente la liturgia ceretana o perugina del III-II sec. a.C.) e i calendari arcaici romani pre-cesariani. La specifica triade del Mundus patet (Festo, p. 144 L.) conferma la credenza che la fossa cosmica (il mundus) mettesse in comunicazione il regno sotterraneo con il soprasuolo esattamente tre volte all’anno. I divieti connessi al bidental (luogo colpito da fulmine e recintato dai sacerdoti bidentales) ricalcano le prescrizioni dei Libri Bidentales tramandati dalla disciplina etrusca (cfr. Aulo Gellio, Noct. Att., XVI, 6; Seneca, Nat. Quaest., II, 34-45).
  2. La divisione delle ore notturne e i dèmoni orari (Tavola II):
    La suddivisione in quattro vigilie notturne rispecchia il computo militare e religioso dell’Italia antica (Censorino, De die natali, 24). L’attribuzione di ciascuna vigilia a una potenza specifica riflette la complessa partizione dello spazio celeste e temporale testimoniata dal Fegato di Piacenza (reperto bronzeo aruspicale di fine II sec. a.C., diviso in sedici caselle marginali e varie aree interne corrispondenti alle dimore divine). La presenza di divinità femminili armate o alate quali Culsu (custode della porta con forbici e chiavi, attestata sul sarcofago di Hasti Afunei a Chiusi) e Vanth (demone scortatrice con fiaccola e pergamena fatale) dimostra il primato delle entità liminari femminili nel governo dei passaggi d’ombra.
  3. Gerarchia della materia e purezza minerale (Tavola III):
    L’esclusione del ferro in favore del bronzo per scopi rituali, ampiamente documentata dalle prescrizioni delle Tavole di Gubbio (Tabulae Iguvinae, Vb-VIa) e dalla formula arcaica del rito romano dell’arvale fratres, affonda le sue radici nell’introduzione traumatica dell’età del ferro, sentita come rottura dell’equilibrio tellurico primordiale (Esiodo, Erga, 150-155; Ovidio, Metam., I, 140). Il piombo (plumbum) quale metallo sordo e freddo costituisce la materia per eccellenza delle tabellae defixionis recuperate a migliaia in contesti funerari e idrici tirrenici (Cerveteri, Santa Marinella, Volterra, Pompei arcaica).
  4. Il pantheon infero e l’assetto cosmologico (Tavola IV):
    L’elenco degli dèi sotterranei corrisponde rigidamente all’onomastica epigrafica etrusca: Aita (Ade), Phersipnai (Persefone), Śuri (l’Apollo ctonio, dio nero del Soratte e delle solfatare tirreniche, cfr. G. Colonna, «Śuri, dio solare e ctonio», in StEtr, 1987), Tuchulcha (la figura ibrida mostruosa della Tomba dell’Orco II di Tarquinia) e Vei (la Demetra/Cerere arcaica d’Etruria). Questo sistema prescinde del tutto dalle gerarchie angeliche o demoniache dell’oriente semitico ed ellenistico, concependo gli dèi sotterranei non come “male morale” o diavoli della tradizione cristiana, ma come rigorosi esecutori di funzioni biologiche, giudiziarie e confinarie.
  5. Tabuistica e disciplina del corpo (Tavole VI e VII):
    Il divieto delle fave (faba) come legume legato al transito dell’anima e alla carne morta è uno dei cardini della tabuistica orfico-pitagorica magnogreca e del sacerdozio del Flamen Dialis a Roma (Plutarco, Quaest. Rom., 95; Gellio, X, 15). L’obbligo del rito a capo coperto (capite velato) con il lembo della toga o della trabea è costume originario italico-etrusco (mentre il rito a capo scoperto, graeco ritu, era riservato a divinità d’importazione), destinato materialmente a proteggere l’officiante dall’incontro visivo accidentale con presagi sinistri o spettri tijdens l’azione sacra (Dionigi di Alicarnasso, Ant. Rom., XII, 16). Il gesto della fica (manus obscaena) è documentato come apotropaico primario da Ovidio (Fasti, V, 433) durante i riti notturni dei Lemuria, mentre la prescrizione della flessione di un solo ginocchio tutela l’uomo arcaico dall’annientamento della propria dignità virile e civica dinanzi alla terra.

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